Io voglio che tu voglia imparare

di AM il 13 maggio, 2013

 

Questa è la sostanza delle parole che un genitore spesso impiega per stimolare il figlio che non ne vuole sapere di impegnarsi nello studio.

Non ricordo di aver visto queste parole avere una qualche sorta di effetto: né quando le ho ascoltate nella veste dello studente svogliato né quando le ho pronunciate nel ruolo di genitore.

Ascoltate le parole di Simone Weil circa la motivazione a imparare.

La gioia dell’apprendere è indispensabile nello studio quanto il respirare lo è nella corsa. Se manca quella, non ci sono veri studenti, ma soltanto patetiche caricature di apprendisti che, al termine del loro apprendistato, non avranno nemmeno un’attività.

La motivazione, in tutte le sue forme (quella all’apprendimento non fa eccezione), è qualcosa di spontaneo e personale che non può essere suscitata a comando: quello che possiamo fare è cercare e impiegare le giuste leve per suscitarla.

Sfortunatamente, come accade sempre quando parliamo di persone, non esiste una regola o un comportamento che abbia una sua validità in tutti i contesti.

Tuttavia, l’esperienza ha dimostrato che alcune cose sembrano funzionare meglio di altre; di queste ho parlato durante il seminario online  tenuto giovedì 16 maggio 2013, e che aveva per oggetto proprio la motivazione personale.

Per concludere, proviamo a immaginare le parole di Simone Weil nel contesto di un’organizzazione che, come un’impresa, fa della conoscenza la sua arma principale per produrre prodotti o servizi che qualcuno è disposto ad acquistare.

Se riconosciamo che le parole della scrittrice francese mantengono tutta la loro validità in un contesto aziendale, sapresti dare una spiegazione per la quale nelle organizzazioni sia tanto diffuso il disinteresse per la motivazione ad apprendere dei singoli?

{ 3 commenti… prosegui la lettura oppure aggiungine uno }

Chiara maggio 21, 2013 alle 09:01

a me sembra che ci sia disinteresse diffuso per i singoli, che si tratti della loro motivazione o meno.

come hai detto tu, se non sai cosa “motiva” una persona, non puoi riuscirsi se non per fortuna o per probabilità statistica (esperienze precedenti che hanno funzionato, ad esempio).
Ma se non conosci e non ti dai pena di conoscere i tuoi collaboratori, non puoi sapere niente di loro… e finisci col trattarli da numeri. per quanto sia elevato l’interesse e l’attenzione al “fattore umano” dichiarato sulla carta dei valori e il codice etico aziendale.
spesso la responsabilità sociale d’impresa si limita a un pozzo in Africa, ma non si conoscono problemi, necessità e sogni dei propri dipendenti e delle loro famiglie.

Rispondi

Chiara maggio 21, 2013 alle 09:06

[per probabilità statistiche bisognerebbe però andare sulla legge dei grandi numeri, che però non riguarda il singolo imprenditore/manager, il quale può solo considerare “statistica” quella che in realtà è più affine alla legge che regola il gioco del lotto: il caso = “quella volta dando 100 euro in più in busta paga ho visto crescere la produzione.. vedrai che questa volta dandogli lo stesso premio raggiungeranno gli obiettivi di qualità”]

Rispondi

Chiara maggio 21, 2013 alle 09:08

in ogni caso l’individualità del singolo non permette di avvicinarsi alla “verità assoluto” di cosa lo motivi… che si può raggiungere solo con l’ascolto e il dialogo.
per quanto ci sia il 99% di probabilità che una cosa motivi una persona.. quella persona potrebbe essere sempre l’eccezione.

Rispondi

Lascia un commento

Articolo precedente:

Articolo successivo: