Quando l’organizzazione non è… orchestrale!

di AM il 17 ottobre, 2014

Oggi voglio presentarti un brano che mi è molto caro: il Bolero di Ravel, in questa playlist in esecuzioni dirette da Riccardo Muti.

Per quale ragione?

Mi piacerebbe che tu, prima di continuare a leggere, ascoltassi il brano (dura circa 15 minuti).

Fatto?

Bene!

Come avrai notato inizialmente gli strumenti sono due: il tamburo, che accompagna il ripetersi di due temi principali per tutto il brano, e il flauto.

Successivamente, nel ripetersi dei temi principali dal pianissimo iniziale al maestoso finale, si aggiungono gli altri strumenti: clarinetto, fagotto, clarinetto piccolo, oboe, tromba, sassofono, celesta, ottavini, corno, trombone, violini, archi (mi scuso per eventuali imprecisioni).

Ascoltando il brano avrai notato che la sua peculiarità risiede proprio nella dinamica crescita del ritmo, accompagnato e reso evidente dal progressivo aggiungersi di strumenti, che riesce a rendere nuova ogni ripetizione dei temi principali.

Ora, immagina un’organizzazione che tende a preoccuparsi della crescita soltanto di parte delle persone che ha in organico, quelle che ritiene di maggior potenziale, trascurando le altre.

Ecco, questa organizzazione può essere assimilata a un’orchestra che, nell’esecuzione del bolero di Ravel, trascurasse la qualità dell’apporto di parte di strumenti diversi dal tamburo e dal flauto iniziale o addirittura vi rinunciasse.

Con quale risultato?

{ 1 commento… leggilo qui sotto oppure aggiungine uno }

Cesare ottobre 29, 2014 alle 23:56

Rileggevo questo tuo post e mi sono reso conto che ci sono due tipi di formazione musicale che possono avere un equivalente in un contesto organizzativo aziendale:

– l’orchestra, soprattutto in una grande organizzazione;: ognuno ha un suo ruolo, uno solo dirige e talvolta ricopre un ruolo di esecutore, alcuni (pochi) solisti si mettono in mostra e hanno (poco) spazio per improvvisare, mentre gli altri devono seguire lo spartito e le indicazioni del direttore; alcuni suonano uno strumento solo mentre altri devono essere più versatili come i percussionisti; tutti hanno un ruolo e sono necessari, ma qualche imperfezione di alcuni uno può non compromettere il risultato finale se il direttore sa quello che fa (se invece non ha le idee chiare sull’esecuzione, sono guai comunque).
– il gruppo jazz, che assomiglia a un piccolo team mirato a un settore o un progetto specifico: gli esecutori sono alla pari, devono essere affiatati e fidarsi uno dell’altro: perchè anche se si basano su una melodia conosciuta e condivisa possono e devono saper improvvisare, sempre ricordando dove vogliono andare, ascoltando cosa fanno gli altri, e pronti a diventare solisti o accompagnatori da un momento all’altro a beneficio del gruppo. Qualche anno fa ho avuto modo di intervistare Paolo Fresu, che mi raccontò che il suo quintetto è molto più della somma delle parti; e ha una personalità propria, che non è quella di nessuno di loro. Questo credo che debba essere l’obiettivo di qualunque team.

Poi ci sono le big bands, che suonano con la verve dek jazz ma dove tutto è scritto e controllato… ma qui le cose si complicano.

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