Basta essere sufficienti in un mondo di mediocri? Una strategia per l’anno che verrà

di AM il 6 gennaio, 2017

repubblica-brocchi-200Durante le vacanze invernali ho letto il libro del quale pubblico la copertina, ricevuto in regalo.

La repubblica dei brocchi – Il declino della classe dirigente italiana

Il libro è di Sergio Rizzo, giornalista che si è a lungo dedicato a inchieste sul mondo politico ed economico denunciando comportamenti “senza vergogna” della classe dirigente italiana, pubblica e privata.

Numerosi i suoi libri: La casta e In Nome Della Rosa due fra i titoli più significativi.

Per la prima volta mi sono cimentato nella lettura di un libro di inchiesta, un genere dal quale mi sono finora tenuto alla larga.

Nelle sue 270 pagine, Rizzo dipinge con ricchezza di numeri e fatti un quadro della classe dirigente sconfortante, capace di lasciare a bocca aperta anche persone che, come me, hanno alle spalle decine di primavere.

Politici, manager, magistrati, sindacalisti, imprenditori escono malconci dall’inchiesta del giornalista, che non esita a classificarli come persone “senza vergogna”: una classe dirigente nel complesso ignorante (la percentuale di laureati in Parlamento è scesa al 60% dal 69% della scorsa legislatura) e poco preparata, che agisce solo nella prospettiva della perpetuazione di se stessa, talmente scadente da lasciare davvero poche speranze per il futuro.

Il libro non è, dal mio punto di vista, esente da aree di miglioramento:

  • avrei preferito che l’autore impiegasse uno stile meno incline a strizzare l’occhio ai pessimisti, quanti cioè acquistano libri di questo genere per confermare la loro convinzione che “tanto sono tutti uguali”, “non c’è niente da fare” e “tutto finirà a scatafascio, quindi cerchiamo di fare il possibile almeno per galleggiare”;
  • avrei voluto non arrivare a pagina 262 per leggere tre striminzite pagine di Piccoli consigli (questo il titolo del paragrafo), piuttosto generici e poco convinti, che l’autore dispensa per uscire da una situazione oggettivamente drammatica. Del resto, è noto che la critica distruttiva è più facile e immediata della proposta di soluzioni percorribili;
  • mi sarebbe piaciuto non vedere trascurate le energie di quanti, nel nostro Paese, si preparano per fare al meglio il proprio lavoro, lavorano duramente ogni giorno rifiutandosi di corrompere e di farsi corrompere, pagano le tasse anche quando hanno il sapore dell’ingiustizia, riconoscono e premiano il merito, restano in Italia quando potrebbero andare via.

Ma forse le vendite ne avrebbero risentito…

Anche tenendo conto delle osservazioni precedenti il libro vale l’investimento, perché le informazioni e i fatti che cita riescono a dare un’idea chiara e disincantata del degrado in cui versa la classe dirigente italiana; insomma, meglio avere le idee chiare circa lo stato delle cose.

Ma il valore autentico dell’opera non sta in quello che racconta ma nelle domande che suscita:

  • Basta essere “sufficienti” in un mondo di brocchi (per usare il termine impiegato da Sergio Rizzo)?
  • In altre parole, ha senso perseguire l’eccellenza quando la mediocrità sembra essere diventata un valore?
  • Può, invece, essere conveniente fare quanto basta per stare appena sopra la linea di galleggiamento?
  • E, soprattutto, quale strategia conviene adottare?

Oggi vorrei provare a rispondere a queste domande, proiettandole nell’ambiente che sento a me più vicino: quello del mondo del lavoro.

Le strategie che vedo adottare sono sostanzialmente 4, che ti prego di leggere tenendo conto che possono parzialmente sovrapporsi.

Improvvisazione

  • Questa strategia è perseguita prevalentemente da persone che non sono laureate e spesso neanche in possesso del diploma di scuola media superiore.
  • Non hanno un’idea chiara dei meccanismi di funzionamento del mondo del lavoro, non hanno capito che non esiste più “il posto” che li porterà alla pensione, fanno fatica a mantenere il lavor(ett)o che riescono a rimediare, tendono a lamentarsi della loro condizione, vivono con ragionevole continuità a rimorchio della famiglia, sono convinti che debba essere lo stato a garantire loro un lavoro, scaricano sugli “altri” la responsabilità dei loro problemi.
  • Leggono poco o niente, non investono nella loro preparazione.

Galleggiamento

  • Una strategia molto diffusa.
  • È perseguita prevalentemente da persone non consapevoli del fatto che “il posto” che li porterà alla pensione non esiste più; cercano di mantenersi al di sopra della linea di galleggiamento facendo l’impossibile per conquistare un posto “protetto”, statale o privato che sia.
  • Rimuovono qualunque pensiero che li porti a considerare l’ipotesi di rimanere senza lavoro, situazione che sarebbero impreparate ad affrontare.
  • Per questo, perseguono l’obiettivo di raggiungere la pensione tenendosi agganciati al “carro giusto” con relazioni basate sull’affiliazione: il rapporto con l’imprenditore, le amicizie importanti, il centro di potere di turno.
  • Tuttavia, tendono a lamentarsi della loro condizione e a costruire alibi che giustificano uno stipendio insoddisfacente o una carriera non all’altezza delle (giuste…) aspirazioni.
  • Anche in questa classe troviamo persone che leggono poco o niente, e che considerano la formazione una sostanziale perdita di tempo.

Speranza

  • Qui troviamo prevalentemente laureati che possono raggiungere o hanno raggiunto buone posizioni.
  • Si tratta di persone che hanno capito che la mediocrità imperante può consentire loro di mantenersi a galla senza troppa fatica: l’importante è assicurarsi qualche centimetro di distanza dai colleghi che percepiscono come concorrenti.
  • Sono consapevoli del fatto che difficilmente il loro percorso professionale potrà concludersi nell’organizzazione per la quale lavorano, tuttavia fanno poco o niente per costruire una rete di contatti professionali che possa sostenere la ricerca di un nuovo lavoro; sono assenti o poco attivi su LinkedIn e aggiornano il loro profilo solo quando hanno deciso di cambiare aria.
  • Insomma, quando per qualche ragione si trovano ad affrontare il mercato del lavoro non sanno dove mettere le mani.
  • Il loro contributo all’organizzazione è tendenzialmente serio e responsabile, anche se caratterizzato da un’azione che tende a non prendersi rischi e, soprattutto, a non pestare calli potenti.
  • Anche loro tendono a lamentarsi della loro condizione e a costruire alibi che giustificano uno stipendio insoddisfacente o una carriera non all’altezza delle aspirazioni: del resto, bisogna pur sostenere la stima di sé…
  • La formazione? Per loro è fondamentale, una cosa importantissima: infatti, quando l’azienda li obbliga a frequentare un corso obbediscono senza fiatare; ma prima di iscrivere uno dei collaboratori…
  • Per il resto, grasso che cola se a fine anno hanno letto un paio di libri.

Eccellenza

  • Seguono la strategia dell’eccellenza persone prevalentemente laureate e concentrate sullo sviluppo professionale.
  • Convinte da sempre che il “posto fisso” è morto e sepolto da decine di anni, vivono il lavoro attuale come un’esperienza a termine, che permetterà loro di accumulare le competenze ed esperienze necessarie ad affrontare nuove sfide.
  • Sentono la responsabilità di contribuire al successo dell’organizzazione con un contributo originale, ispirato all’indipendenza di pensiero: l’unico “carro” al quale si agganciano è quello dei risultati.
  • Curano la rete di contatti, che non esitano a mettere a disposizione dell’organizzazione per la quale lavorano, e si assicurano adeguata visibilità sul mercato del lavoro con una presenza qualificata e aggiornata in rete: sanno che mettersi in moto solo in caso di necessità non paga, e per questo accettano di sostenere colloqui di selezione anche quando non hanno intenzione di cambiare. E si preparano bene.
  • Sono consapevoli del fatto che la mediocrità per molti rappresenta un valore, ma si guardano bene dal farne un punto di riferimento: l’eccellenza è l’unico standard che alberga stabilmente nella loro testa, anche se non sempre garantisce loro adeguata retribuzione e carriera. Ma di questo non si lagnano.
  • Qui troviamo persone resilienti, poco inclini al lamento, che difficilmente rimangono a lungo senza lavoro: sono quelle che con maggiore frequenza decidono di abbandonare l’Italia per trasferirsi in paesi più pronti a riconoscere il merito.
  • La formazione? È attività quotidiana fatta di letture, corsi di formazione, contratti con persone qualificate, webinar: ogni esperienza è vissuta come un momento da capitalizzare.

A questo punto credo sia opportuno sintetizzare le domande precedenti in una sola.

Conviene essere “sufficienti” in un’Italia in cui la mediocrità sembra essere diventata uno standard?

Sono fermamente convinto che perseguire l’eccellenza sia la strategia che più di ogni altra possa aiutarci ad confrontarci con un mondo nel quale le competenze necessarie ad affrontare il futuro sono in rapido cambiamento: la speranza e il galleggiamento presentano rischi difficilmente sostenibili.

Inoltre, le persone che decideranno di perseguire la strategia dell’eccellenza potranno anche contribuire a sollevare le sorti di un’Italia che sembra sempre più avviarsi verso il declino: già, perché lasciare ai nostri figli un paese migliore dipende anche da ciò che noi decidiamo di fare oggi.

Anche in presenza di una classe dirigente mediocre.

Cosa ne pensi?

Qual è la tua strategia? Improvvisazione, galleggiamento, speranza o eccellenza?

Questo post influenzerà la tua strategia professionale nel 2017?

Puoi acquistare il libro di Sergio Rizzo su Amazon.it

{ 10 commenti… prosegui la lettura oppure aggiungine uno }

Claudio gennaio 26, 2017 alle 17:24

Leggo sempre con molto piacere i tuoi post Arduino, sopratutto la lettura non scontata che dai a temi che si prestano molto ad essere “scontati” (come dici tu, è molto facile far leva sul pessimismo della gente, e in Italia è una tecnica che vende sempre…).

Sarà che al momento lavoro in un’azienda che fa dell’eccellenza il suo cavallo di battaglia (almeno a parole) ed ha però riempito quasi tutti i livelli dal middle management al board di “galleggianti”, ma anch’io nel mio piccolo sono un po’ scettico. Però continuo a studiare, a formarmi e a rimanere qui perchè sto imparando molto (facendo comunque qualche colloquio qua e là per mantenere il “polso” del mercato del lavoro). Il giorno in cui mi renderò conto di non imparare più niente, spero di avere la forza di andarmene e di trovare un altro posto dove crescere ed apprendere 🙂

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AM gennaio 27, 2017 alle 11:30

Ciao Claudio,
mi pare un’ottima strategia: me ne compiaccio.
E credo proprio che sia coerente con questa http://www.tibicon.net/2008/11/un-semplice-check-up-di-carriera.html
Credo proprio che tu sia una persona che non ha bisogno dei miei auguri per il futuro, ma te li faccio lo stesso.
A presto leggerti,
Arduino

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Elisabetta gennaio 27, 2017 alle 19:54

Ciao anch’io, quando posso, leggo i tuoi articoli che trovo (naturalmente) interessanti. Ho lavorato per sette anni in studi legali e una ditta, poi ho vinto un concorso in un Ente Locale. Dopo una permanenza di 21 anni e, non più giovane, ho cambiato Comune. Puoi immaginare l’aria che tira. Nonostante tutto cerco di fare sempre bene e dico sempre che non si smette mai di imparare. È stato faticoso ricominciare ma sto scoprendo altri mondi e lo stipendio ti assicuro non è il massimo rispetto le responsabilità. Quello che più mi imbufalisce è che i colleghi danno tutto per scontato quando ci sono un sacco di disoccupati. Buona serata🤗

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AM gennaio 27, 2017 alle 20:08

Ciao Elisabetta,
apprezzo il tuo atteggiamento verso il lavoro.
Le persone che danno tutto per scontato sono spesso quelle che, quando si trovano in difficoltà, fanno più fatica a uscirne.
Grazie per il commento e per l’apprezzamento.
A presto leggerti,
Arduino

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Alessandra settembre 11, 2017 alle 20:36

Caro Arduino.
È decisamente interessante oggi 11 settembre 2017 leggere il commento al libro inchiesta, genere a te non congeniale dici. Sorrido non sorpresa. Eccellenza e speranza, senza galleggiamento e con improvvisazione professionale sono certo la tua “cifra”. La mia opinione è che oggi sia necessario andare oltre, investire nel superamento di emotività e paura, con una certa dose di fortuna, antica Dea bendata.

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AM settembre 12, 2017 alle 14:12

… magari aiutandola con il sodo lavoro, la Dea bendata.
Grazie per la costante attenzione e il supporto Alessandra.
A presto leggerti,
Arduino

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Roberto settembre 12, 2017 alle 07:24

Gran bell’articolo Arduino, complimenti!
È difficile oggi non lasciarsi trascinare nella tentazione del galleggiamento, ma è d’uopo!
Grazie sempre per i tuoi spunti e stimoli di riflessione

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AM settembre 12, 2017 alle 14:13

A te per essere qui, Roberto.
A presto leggerti,
Arduino

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Cesare settembre 12, 2017 alle 20:04

Io credo che la strategia non sia condizionata da quello che fanno gli altri ma dfalla propria natura: se il tuo carattere ti porta a cercare l’eccellenza, cercherai comunque di farlo.
Certo che se poi vedi che i mediocri (che di solito non si rendono conto di essere tali, e quindi non fanno nulla per migliorarsi, ma magari sanno vendersi meglio di te) prevalgono e tu che ti illudevi che il tuo lavoro parlasse per te toi trovia dipendere da loro, la motivazione cala:
E poi magari rovesci il tavolo e lasci, come ho fatto io, e resti disoccupato, ma almeno ti salvi il fegato, e provi a cercare l’eccellenza in altre cose che magari non rendono ma ti danno più soddisfazione; l’organizzazione per cui lavoravi ci rimette, ma non se ne rende conto, e sono tutti contenti.

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AM settembre 22, 2017 alle 08:53

Ciao Cesare,
stimolante, come al solito.
Quelli che ci ricordi sono meccanismi noti, con i quali molti professionisti “di buona volontà hanno dovuto confrontarsi.
Se la sfida diventasse quella di impiegare la propria preparazione per prevalere comunque, con la consapevolezza che la partita è fra quelli che vogliono farcela preparandosi e quelli che combattoni con le armi dell’ignoranza affiliata?
Cosa ne pensi?
A presto leggerti,
Arduino

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