Da mio nonno ho ricevuto l'esempio di un carattere cortese e libero dall'ira. Da mio padre, il riserbo e la fermezza. Da mia madre, il sentimento religioso, la generosità, la ripugnanza non solo a commettere cattive azioni, ma persino a pensarle, la semplicità di vita e l'avversione per le abitudini dei ricchi.
Marco Aurelio
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La vicenda DC

Elezioni 2008, 4 aprile

La DC fa un passo indietro: “beau geste” o epilogo inevitabile?

Sembra concludersi, fra strascichi e distinguo più o meno rilevanti, la vicenda che per tre giorni ha agitato il mondo politico. E non solo.

La DC, che il Consiglio di Stato ha riammesso a partecipare alle elezioni politiche, accantona l’idea di provocare il rinvio della data del voto, interrompendo un contenzioso legale dell’esito apparentemente incerto.
“Beau geste” o comportamento inevitabile?

Per rispondere a questa domanda è necessario riassumere alcuni aspetti legali, che riassumiamo di seguito con la consulenza dello Studio Legale Jacobacci (www.studiojacobacci.com ), e che servono ad integrare e concludere lo studio “Il marchio è di destra o di sinistra” presentato il 28 marzo.

Corsi e ricorsi: la sintesi della vicenda legale

La DC si è rivolta in via cautelare al TAR del Lazio, dopo le decisioni del Ministero dell’Interno prima e della Corte di Cassazione poi, che ricusavano il simbolo presentato al Viminale in quanto ritenuto confondibile con il simbolo dell'UDC, costantemente presente sulle schede elettorali dal 2002: tale ricusazione, di fatto, escludeva la DC dalle elezioni.

La richiesta avanzata dalla DC mirava ad ottenere in via cautelare la sospensione del provvedimento di esclusione.

Va precisato che la fase cautelare del contenzioso amministrativo culmina con un provvedimento di carattere provvisorio, volto ad evitare i pregiudizi derivanti dall’attesa di veder concluso il giudizio di merito.

L’obiettivo della DC era quello di essere ammessa alle elezioni sulla base della titolarità di nome e simbolo, come da sentenza n. 19381/2006, la quale “condanna il Partito Cristiani Democratici Uniti – C.D.U. – (leggi UDC) a cessare ogni molestia nei  confronti dell’attore in ordine all’uso in qualunque sede del nome Democrazia Cristiana e del simbolo costituito da uno scudo crociato con scritta Libertas”.

Ebbene, il TAR del Lazio ha negato la sospensione del provvedimento ritenendo che la questione non rientrasse nella sua giurisdizione.

Contro tale diniego la DC ha proposto un appello, sempre di carattere cautelare, al Consiglio di Stato con il quale chiedeva di ribaltare il verdetto del TAR, concedendo così la riammissione del partito: è su tale quesito che i Giudici di Palazzo Spada si sono espressi favorevolmente il 1° aprile. La decisione di accoglimento dell’istanza poggia su tre pilastri:
- la questione attiene non alla verifica dei titoli di ammissione dei singoli componenti, riservata ai competenti organi delle camere, ma all’ammissione delle liste;
- le controversie relative alla fase antecedente le elezioni non trovano disciplina specifica;
- a vicenda, avendo ad oggetto atti amministrativi, rientra nella giurisdizione del giudice amministrativo.

Dopo la decisione del Consiglio di Stato, il Ministero dell'Interno ha dato incarico all'Avvocatura dello Stato di proporre
- ricorso alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione per risolvere una volta per tutte la questione della competenza a giudicare sul processo elettorale;
- istanza di revoca dell'ordinanza del Consiglio di Stato del 1° aprile, in quanto il procedimento elettorale risultava già avviato al momento della pronuncia.

Di conseguenza, qualora le Sezioni Unite della Corte di Cassazione dovessero ritenere competente in tale ambito il giudice amministrativo (come – si ribadisce – viene evidenziato nell’ordinanza del Consiglio di Stato), sarà necessario affrontare il giudizio di merito prima dinanzi al TAR ed in seconda battuta nuovamente davanti al Consiglio di Stato. I tempi quindi non sono brevi.

Da fonti giudiziarie si apprende che tanto le Sezioni Unite della Cassazione quanto il TAR Lazio, nel primo grado del giudizio di merito, intendono pronunciarsi sulla vicenda il prossimo 8 aprile.

Da ulteriori indiscrezioni l’Avvocatura Generale dello Stato, che ha presentato il ricorso alle Sezioni Unite della Cassazione per conto del Viminale, sosterrebbe che in materia di elezioni politiche l'unico "giudice" competente è il Parlamento.

Posizione discutibile, poiché si tratterebbe di un giudice comunque politicamente connotato, come del resto lo è il Ministero dell’Interno, che decide sull’ammissione o meno dei simboli elettorali.

Il problema che si pone è quello dell’ammissione tardiva di una lista che, a lungo estromessa dalla campagna elettorale, non può beneficiare dei 30 giorni di propaganda riconosciuti dalla Legge Elettorale a tutti i partiti: si è pensato di sopperire a tale disfunzione con una più massiccia esposizione mediatica del partito di Pizza nei rimanenti giorni di campagna elettorale.

Si tratterebbe però di una soluzione che mal si concilierebbe con le stringenti regole in materia di par condicio. Dunque, il problema è aperto e soluzioni “eque” non sembrano all’orizzonte.

In un primo momento, la DC è sembrata ferma nel chiedere uno slittamento della tornata elettorale, facendola coincidere con il secondo turno delle amministrative (27 e 28 aprile).

Tale soluzione sarebbe però risultata impraticabile, poiché l’art. 61 della Costituzione afferma che le elezioni devono essere indette entro 70 giorni dallo scioglimento delle Camere. Atteso che tale scioglimento è avvenuto lo scorso 6 febbraio, il termine massimo entro il quale indire la consultazione elettorale sarebbe venuto  così ad essere il 16 aprile.

A stretto rigore, infatti, non può esserci pronuncia del Consiglio di Stato o provvedimento ministeriale o governativo che possa in qualche modo essere antitetico al dettato costituzionale: questo è un principio fermo del nostro ordinamento.

Questo semplice punto è stato trascurato da molti Soggetti coinvolti: sia partiti sia istituzioni.

In ogni caso, l’ultima posizione assunta dal Segretario della DC è nel senso di non rinunciare alla presenza del simbolo dello scudo crociato sulla scheda elettorale. Proprio a tal proposito la DC ha intimato al Viminale e al Quirinale di dare ordine di inserire “entro le ore 14 di venerdì 4 aprile l’inserimento della Dc nei manifesti elettorali e nelle schede per poter concorrere alla competizione elettorale secondo le decisioni assunte dagli organi di giustizia amministrativa”.

Peraltro, sembrano sussistere seri problemi pratici nella stampa delle cartelle elettorali da parte del Poligrafico. Ce la faranno?

Conclusioni

La DC, pertanto, ha preso atto che i margini per un rinvio delle elezioni sono inesistenti e ha deciso di comunicare la propria decisione in modo da massimizzarne il ritorno, capitalizzando  il “tradizionale senso di responsabilità” del partito.

Il rinvio non avrebbe favorito il PdL, alleato della DC, che gli ultimi sondaggi condotti accreditano di un vantaggio ancora significativo: un voto a fine aprile avrebbe certamente dato altro respiro al tentativo di recupero del PD.

Tuttavia, nonostante le affermazioni ufficiali contrarie alla possibilità di uno slittamento, di un rinvio delle elezioni si sarebbe sicuramente giovato il PD, che avrebbe potuto adeguare la propria strategia di comunicazione ad un lasso di tempo più ampio, vedendo accresciute le opportunità di un recupero in extremis.

L’UDC, a sua volta, non avrebbe gradito un voto a fine aprile, perché avrebbe portato ancor più sotto i riflettori la propria debolezza sul fronte del simbolo.

Cosa rimane sul tavolo, alla fine di tutto questo?
- appare sempre più plausibile ipotizzare per l’UDC un futuro senza scudo crociato, con nuove alleanze fra i partiti del centro e, forse, con il PD;
- la DC esce da questa vicenda con il risultato, anche mediatico, che cercava:  buon viatico per le prossime tornate elettorali, nelle quali potrà utilizzare, presumibilmente (ed in attesa dell’evolversi di tutto il contenzioso pendente, civile ed amministrativo) uno scudo crociato rivitalizzato dalla contesa in atto, con un appeal del quale il PdL non potrà che giovarsi.

Da consulenti, non possiamo che ribadire l’invito ai partiti, già proposto nello studio “Il marchio è di destra o di sinistra”, ad avviare una riflessione “seria” circa la protezione legale dei simboli, che avrebbe evitato ad alcuni molte delle incertezze che gravano sul loro futuro.




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