I nostri tempi moderni

Dal capitale finanziario al capitale umano

D. Cohen – traduzione di P. Ferrero – Einaudi – 2001 – 119 pag.

T.A. Stewart sostiene, nel suo primo libro sul capitale intellettuale, che l’era della conoscenza, oltre a sancire il primato del capitale umano sul capitale finanziario, sposta il potere decisionale sempre più verso valle: dal vertice aziendale ai dipendenti, ai fornitori, ai clienti. E il lavoratore, trasformatosi in knowledge worker, si vede finalmente restituite sul lavoro prerogative tipicamente umane che il fordismo, con la spasmodica meccanizzazione del lavoro, aveva negate.

Nel suo breve e interessante saggio “I nostri tempi moderni – Dal capitale finanziario al capitale umano”, Daniel Cohen (*) ci presenta un angolo di osservazione radicalmente diverso. Il toyotismo, sostiene, ha cercato di risolvere i problemi del fordismo coinvolgendo il lavoratore nella produzione, ma il bilancio psichico di questa operazione è negativo perché “le forme di polivalenza osservate” in uno studio della Agence Nationale pour les conditiones de travail, “che valorizzano l’eccellenza e la prestazione individuale, e moltiplicano la rotazione laddove gli incarichi sono più impegnativi, hanno effetti devastanti. Predominano frustrazione, isolamento, concorrenza e competizione.”

Nell’analisi di Cohen si intravvede in trasparenza la lettura della trasformazione in atto nella società come la sostituzione di un modello produttivo con un altro che presenta, dal punto di vista della qualità della vita, non meno punti di debolezza. Chi ha ragione?

Il pregio di questo saggio sta nell’aiutare il lettore a orientarsi nel dilemma attraverso la presentazione della evoluzione nei secoli del lavoro umano in relazione alla conoscenza ed al progresso tecnologico: la scomparsa progressiva dei contadini, i cambiamenti indotti nelle fabbriche dall’avvento delle macchine a vapore prima e dell’energia elettrica poi, dal fordismo al toyotismo attraverso il radicale cambiamento del modello produttivo. E il lento, inesorabile declino del teatro a favore del cinema, ferito forse mortalmente dalla incapacità di comprimere i costi delle rappresentazioni avvalendosi della innovazione tecnologica.

Gli amanti di storia della finanza troveranno mirabile l’analisi delle cause della crisi azionaria del ’29, e le azioni che governi successivi hanno intrapreso per superare con successo situazioni analoghe.

La conclusione è forse la parte più interessante del saggio: l’innovazione tecnologica finirà per annullare l’intervento umano nei processi produttivi? la conoscenza distruggerà il lavoro? La risposta dell’autore si articola in una breve storia del capitalismo narrata attraverso l’evoluzione nei secoli della industria tessile, per giungere alla sua conclusione, che ognuno interpreterà a seconda della propria sensibilità ed esperienza:

“L’uomo moderno scopre in maniera sempre più profonda che se il mondo tecnologico lo emancipa progressivamente dalle necessità, non lo emancipa però dalla tecnologia stessa. […] Ogni tappa raggiunta grazie alle tecnologie esige che egli impieghi uno sforzo sempre maggiore per padroneggiarle. Ogni cammino verso la prosperità rende più pesante il carico delle ragioni da fornire per giustificare il proprio costo nella società”.

(*) Economista, insegna Scienze Economiche all’Università di Parigi.
E’ stato membro del Consiglio di analisi economica del governo francese.

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