Il futuro della ricchezza

Capitale intellettuale e new economy: il focus delle aziende ai singoli individui

S. Davis, C. Meyer – trad. di R. Gasperoni – Franco Angeli – 2000 – 176 pagg

 

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Se il capitale umano rappresenta la maggiore ricchezza di un’impresa ed è reperibile con maggiore difficoltà del capitale finanziario, è possibile pensare allo sviluppo di un listino nei quali si scambino titoli legati ai saperi degli individui?

Titoli generati dalla securitization delle conoscenze di una o più persone (ad es. il nucleo familiare), attraenti per gli investitori perché i flussi di reddito futuri sono garantiti da adeguato stato patrimoniale e soprattutto dagli asset intangibili riportati nel loro personale bilancio del capitale intellettuale.

Lo scenario è tutt’altro che irrealistico. David Bowie, la rock star, emise qualche anno fa bond decennali per 55 milioni di $: il titolo fu classificato da Moody’s “Single A”, come la General Motors, e la Prudential Insurance acquistò in blocco l’emissione. Cosa aveva reso i Bowie Bonds interessanti agli occhi di Prudential? Semplice: le royalties derivanti dai diritti sui 300 dischi allora in commercio e i redditi futuri derivanti dai concerti che l’artista avrebbe tenuto negli anni.

Un caso isolato? Stan Davis e Christofer Meyer la pensano diversamente. Nel loro libro Il futuro della ricchezza – Il focus dalle aziende ai singoli individui si spingono a prevedere le fasi che porteranno alla creazione di un mercato del capitale umano.

Dapprima il fenomeno riguarderà altre star dello spettacolo e dello sport, che potranno capitalizzare i loro incassi futuri derivanti dai contratti pluriennali. Successivamente, entro 5-10 anni, Davis e Mayer prevedono che il fenomeno riguarderà anche i professionisti meglio pagati e i knowledge workers. Infine, fra 10-15 anni, gli scambi saranno istituzionalizzati con la formazione di un mercato simile al Nasdaq nel quale si scambieranno strumenti finanziari basati sulle persone. L’offerta sarà necessariamente bundle: squadre di football, associazioni di professionisti, classi di laureati potranno capitalizzare il loro sapere e monetizzare ora flussi di reddito futuri garantiti da asset intangibili.

E i comuni mortali? Quelli che non hanno redditi tanto interessanti da attrarre gli investitori istituzionali? Davis e Mayer descrivono scenari nei quali aziende e knowledge workers daranno vita a rapporti completamente nuovi: accanto alle stock option, sarà offerta agli elementi migliori la possibilità di costituirsi come società, utilizzando le infrastrutture e i servizi dell’azienda, a fronte di una partecipazione nel capitale della società costituita dai dipendenti. Un rapporto a due vie quindi, dove la fiducia reciproca si sostanzia nello scambio di partecipazioni.

Irrealizzabili fantasie? Forse, ma prima di guardare con scetticismo a questi scenari pensate se nel 1990 avevate previsto di poter inviare, con un messaggio scritto, gli auguri di buon compleanno ad un amico all’altro capo del mondo e nello spazio di pochi secondi.

Leggendo questo libro, scritto in pieno clima di sbornia da new economy, il lettore può intravvedere il tentativo di ipotizzare scenari che in qualche modo giustifichino quotazioni al tempo irrealistiche. Ma quello che la lettura di questo libro affascinante ci lascia, oggi che la sbornia è passata, è lo stimolo a pensare un futuro nel quale l’uomo e le sue conoscenze recuperano la centralità nella creazione del valore: e il desiderio di investire su noi stessi, nelle nostre conoscenze, scoprire quello che siamo e trasformarlo in valore.

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