In un batter di ciglia
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Gladwell Malcolm – Mondadori (collana Oscar saggi) – 2006 – 227 pagg
Un geologo dell’università della California, Stanley Margolis, si recò ai museo e per due giorni esaminò la su-
perficie della statua con uno stereomicroscopio ad alta risoluzione. Poi prelevò un campione di un centimetro di diametro per due di lunghezza da sotto il ginocchio destro e lo analizzò con un microscopio elettronico, una microsonda elettronica, uno spettrometro di massa e tecniche di diffrazione e fluorescenza ai raggi X. La stia conclusione fu che la scultura era di marmo dolomitico proveniente dall’antica cava di capo Vathy, nell’isola di Taso, e la sua superficie era ricoperta di un sottile strato di calcite. Il dato era significativo perché, come Margolis spiegò ai responsabili del Getty, la dolomite si trasforma in calcite solo nel corso di centinaia, se non migliaia di anni. In altre parole, il kouros era antico. Non si trattava di un falso moderno.
Al Getty erano soddisfatti. Dopo quattordici mesi dall’inizio dell’indagine decisero di acquistare la statua, che
venne esposta per la prima volta nell’autunno del 1986. Il «New York Times» dedicò alla vicenda un articolo in prima pagina. Pochi mesi più tardi Marion True, curatrice della sezione antichità del Getty, scrisse per la rivista d’arte «The Burlington Magazine» un lungo ed entusiastico resoconto sul nuovo acquisto del museo. «Ora che si erge senza supporti esterni, le mani chiuse premute sulle cosce, il kouros esprime quella vitalità, quel senso di sicurezza di sé, tipici dei migliori esemplari fra i suoi simili.» E concludeva trionfante: «Divinità o uomo, incarna tutta la radiosa energia dell’arte occidentale nella sua adolescenza».
Ma c’era un problema. La statua aveva qualcosa che non andava. Il primo ad accorgersene fu lo storico dell’arte Federico Zeri, membro del comitato dei garanti del Getty. Condotto al laboratorio di restauro del museo nel dicembre 1983, si ritrovò a osservare le unghie del kouros: gli sembrava che avessero qualcosa di sbagliato, ma al momento non seppe dire cosa. Poi fu la volta di Evelyn Harrison, una delle maggiori esperte al mondo di scultura greca. Si trovava a Los Angeles in visita al Getty poco prima della conclusione dell’accordo tra il museo e Becchina.
«Arthur Houghton, il curatore di allora, ci accompagnò a vedere il kouros» ricorda. «Fece scivolare il telo che lo copriva e disse: “Be’, non è ancora nostro, ma io sarà tra un paio di settimane”. “Mi spiace sentirglielo dire” fu la mia risposta.» Che cosa aveva visto la Harrison? Non lo sapeva. Nel preciso istante in cui Houghton aveva fatto scivolare il telo, ebbe l’impressione, la sensazione istintiva, che qualcosa non andasse. Qualche mese dopo Houghton portò al laboratorio Thomas Hoving, ex direttore del Metropolitan Museum of Art di New York. Quando vede qualcosa di nuovo, Hoving fa sempre attenzione alla prima parola che gli viene in mente, e non dimenticherà mai quella che gli ispirò la prima visione del kouros. «Era “fresco”, “fresco”» ricorda. Una reazione ben strana di fronte a una statua vecchia di duemila anni… In seguito, ripensando a quel momento, avrebbe capito perché gli fosse balenato quel pensiero: «Avevo compiuto degli scavi in
Sicilia, dove avevamo trovato decine e decine di pezzi di manufatti analoghi. Ma non venivano fuori così. Il kouros sembrava che fosse stato intinto nel miglior caffellatte di Starbucks».
Hoving s’era girato verso Houghton. «L’ha pagato?» Il curatore, ricorda, era rimasto esterrefatto.
«Se l’ha pagato, cerchi di farsi restituire il denaro» aveva ripreso Hoving. «Altrimenti non lo paghi.»
Al Getty iniziarono a preoccuparsi e organizzarono un convegno sul kouros in Grecia. Imballarono la statua, la spedirono ad Atene e invitarono i maggiori esperti del paese. Questa volta lo sgomento fu ancor più grande e corale. A un certo punto la Harrison si trovò accanto a George Despinis, responsabile del Museo dell’Acropoli di Atene, il quale, dopo una rapida occhiata al kouros, impallidì.
«Chiunque abbia mai visto una scultura appena uscita dalla terra» le disse «non può aver dubbi: questa non c’è mai stata.» Alla vista della statua, Georgìos Dontas, responsabile della Società archeologica di Atene, rabbrividì. «Quando vidi il kouros per la prima volta» racconta «ebbi l’impressione che tra me e la scultura ci fosse una lastra di vetro.»
L’intervento di Dontas al convegno fu seguito da quello di Angelos Delivorrias, direttore del Museo Benaki
di Atene, che spiegò dettagliatamente la contraddizione fra lo stile della scultura e il fatto che il marmo in cui era scolpita provenisse da Taso. Quindi arrivò al punto. Perché pensava che sì trattasse di un falso? Perché, disse, quando aveva posato per la prima volta gli occhi sul kouros, aveva provato un’«istintiva repulsione». Al termine del convegno, molti dei partecipanti erano concordi: il kouros non era ciò che si pensava. Con tutti i suoi legali, i suoi esperti, e dopo mesi di accurate indagini, il Getty era giunto a una conclusione, mentre alcuni dei maggiori studiosi di scultura greca, dando solo un’occhiata alla statua e provando un’«istintiva repulsione», erano giunti alla conclusione opposta. Citi aveva ragione?
Per un po’ la cosa rimase in dubbio. Il kouros divenne oggetto di dispute fra critici d’arte nei convegni. Ma poi, a poco a poco, la tesi del Getty iniziò a sgretolarsi. Innanzitutto, le lettere su cui i suoi legali si erano basati per ricondurre la statua al medico svizzero Lauffenberger si rivelarono false. Una di esse, datata 1952, recava un codice di avviamento postale di vent’anni dopo. Un’altra, datata 1955, accennava a un conto bancario che sarebbe stato aperto soltanto nel 1963. Anche la conclusione a cui si era giunti dopo lunghi mesi di ricerche, cioè che il kouros del Getty fosse nello stile di quello di Anavyssos, si rivelò dubbia: più gli esperti di scultura greca lo studiavano, più vi coglievano uno sconcertante pastiche di vari stili, riconducibili a luoghi e a tempi diversi. L’esile corporatura del giovane era molto simile a quella del kouros di Tenea, conservato in un museo di Monaco, mentre i capelli stilizzati richiamavano da vicino quelli del kouros del Metropolitan Museum di New York. I piedi, invece, non potevano essere che moderni. Il kouros a cui assomigliava di più si rivelò una statua più piccola e incompleta ritrovata in Svizzera nel 1990 da uno storico dell’arte inglese. Entrambi erano scolpiti in un marmo e in un modo simili. Ma il kouros svizzero non proveniva dall’antica Grecia, era un’opera dei primi armi Ottanta di un falsario romano. E l’analisi scientifica secondo cui la superficie del kouros del Getty poteva essere invecchiata solo nel corso di centinaia o migliaia di anni? Anche qui si dimostrò che la cosa non era poi così sicura. Dopo ulteriori analisi, un altro geologo
giunse alla conclusione che, con muffa di patata, in un paio di mesi si poteva «invecchiare» la superficie di ima statua di marmo dolomitico.
Ora, nel catalogo del Getty, l’immagine del kouros è accompagnata dalla seguente didascalia: «530 a.C. circa, o falso moderno». Federico Zeri, Evelyn Harrison, Thomas Hoving, Georgios Dontas e tutti gli altri che, guardando il kouros, avevano provato un’«istintiva repulsione» avevano avuto ragione. Nei primi due secondi, il tempo di una sola occhiata, erano riusciti a capire più di quanto avesse capito l’equipe del Getty in quattordici mesi. Questo libro parla di quei primi due secondi.
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3 Introduzione
La statua che aveva qualcosa che non andava
Veloce e frugale, 7-11 computer interno, 9 – Un mondo diverso e migliore, 14
15 I La teoria delle «fette sottili»: come un granello di conoscenza possa portare molto lontano
Il laboratorio dell’amore, 16 – Matrimonio e codice Morse, 19 – L’importanza dei disprezzo, 25 – ì segreti della camera da letto,
28 – Ascoltare i medici, 33 – Il potere di un’occhiata, 36
40 Il La porta chiusa: vita segreta delle decisioni istantanee
Azioni condizionate, 44 – Le storie che ci raccontiamo, 51
61 III L’errore Warren Harding: perché ci affascinano gli uomini alti, prestanti e di carnagione scura
Il lato oscuro della cognizione rapida, 63 – Occhiate in bianco e nero, 65 – Prendersi cura del cliente, 75 – Riconoscere il gonzo, 77 – Pensiamo a Martin Luther King, 81
83 IV La grande vittoria di Paul Van Riper: una struttura per la spontaneità
Un mattino nel Golfo, 86 ~ La struttura della spontaneità, 93 – I rischi dell’introspezione, 98 – Un’emergenza al pronto soccorso,
105 – Quando meno è più, 114 – Millennium Challenge, parte seconda, 122
124 V II dilemma di Kenna: modi giusti, e modi sbagliati, di chiedere alla gente che cosa vuole
Una seconda occhiata alle prime impressioni, 129 – La «sfida Pepsi», 131 – lì cieco che guida il cieco, 133 – «La sedia della morte», 140 – 11 talento dell’esperto, 148 – «Quello che ti stanno facendo le case discografiche è vergognoso», 157
159 VI Sette secondi nel Bronx: la sottile arte della lettura della mente
Tre errori fatali, 163 – La teoria delia lettura della mente, 166 – il volto nudo, 173 – Un uomo, una donna e un interruttore della luce, 181 – Discutere con un cane, 187 – Quando manca spazio bianco, 193 – «Qualcosa dentro di me mi disse che dovevo aspettare a sparare», 200 – La tragedia di Wheeler Avenue, 203
207 Conclusione
Ascoltare con gli occhi
Una rivoluzione nella musica classica, 210 – Un piccolo miracolo, 213
217 Note.
223 Ringraziamenti
225 Indice dei nomi
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