Piccolo trattato di epistemologia

M.C. Amoretti, N. Vassallo – Codice – 2010 – 155 pagg

 

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«Oh creature sciocche, quanta ignoranza è quella che v’offende!»’

Una piccola difesa della conoscenza

Conoscere appartiene alla natura degli esseri umani, di tutti noi soggetti cognitivi. Epistemicamente curiosi, proviamo a comprendere come siamo fatti e come è fatto il mondo che ci circonda, una comprensione che è parte determinante della nostra esistenza e che si rivela fin dalla più tenera età, quale bisogno fondamentale e costitutivo. Probabilmente non ha mai termine la cosiddetta “età del perché”, quella in cui iniziamo a porre domande, spinti dal desiderio di sapere come stanno realmente le cose, perché stiano proprio così e non altrimenti. Per di più, l’aspirazione a conoscere e l’ambizione a conseguire la verità caratterizza l’intera storia dell’umanità-, È la sete di conoscenza ad aver mosso, nel corso dei secoli, astronomi e critici letterari, economisti ed esploratori, filosofi e fisici, matematici e medici, psicologi e storici. Una maggiore comprensione della realtà rappresenta altresì una condizione preliminare per poterla modificare (benché non sempre) a nostro favore. Certo, le critiche non mancano. Eppure, avere scoperto il campo elettromagnetico nonché le leggi che lo governano, per esempio, non ha rappresentato solo un passo avanti nella nostra conoscenza teorica del mondo, ma ci ha permesso di rendere disponibile l’energia elettrica per i più “banali” impieghi quotidiani. Considerazioni simili potrebbero valere in relazione alla scoperta dell’atomo, della circolazione sanguigna, della forza centrifuga, del teorema di Pitagora, della tomba di Tutankhamon e via dicendo.

L’impresa epistemica, cioè la ricerca della conoscenza, mezzo efficace per raggiungere fini estrinsecamente rilevanti, presenta in se stessa un ineludibile valore intrinseco. Nell’ipotesi improbabile secondo cui sapere che è la Terra a ruotare attorno al Sole, e non viceversa, non abbia immediati risvolti pratici, la conquista epistemìca e l’arricchimento culturale che essa comporta non ne escono comunque sminuiti. Lo stesso può dirsi per la soluzione dell’ultimo teorema di Fermat, secondo cui non esistono soluzioni intere positive all’equazione x” + y” = z” con n > 2; per l’identificazione di Giove quale pianeta più grande del sistema solare; per la rivelazione che il progenitore del cavallo odierno era alto non più di 40 cm al garrese o, ancora, per la scoperta che gli luca praticavano la trapanazione del cranio in modo piuttosto accurato, nonostante disponessero di strumenti assai rudimentali.

Questo valore intrinseco della conoscenza, tuttavia, viene sempre più trascurato, se non addirittura contestato e smentito: non sono pochi coloro che, nel valutare l’importanza di un particolare studio, si domandano a cosa serva su un piano strettamente pratico, oppure quali siano le sue immediate convenienze. Per di più – e il nostro paese in proposito primeggia – la negazione del valore sia intrinseco sia estrinseco della conoscenza, in particolare di quella scientifica, è alla base delle prese di posizione di sedicenti intellettuali e tuttologi che denigrano le varie scienze, in nome di pseudo valori e pregiudizi: scienze e tecnologie devono essere guardate con sospetto, in quanto pretendono di dominare il mondo, condizionando, disumanizzando e manipolando i soggetti cognitivi, per ridurli a pura materialità. Senza buone argomentazioni – ove ci fossero, se ne dovrebbe tener conto – vengono così proposte immagini caricaturali delle scienze e delle tecnologie, presentate come forme dì totalitarismo pronte a ridurre in schiavitù l’intero regno vivente.

“Creature sciocche”, l’ignoranza non ci offende neanche più. Ci siamo ormai abituati^. Perlomeno, con la crisi del positivismo e l’opera di Friedrich Nietzsche, passando per Martin Heidegger, fino a giungere alle tesi difese dai suoi vari epigoni contemporanei, si è sviluppata una marcata tendenza irrazionalistica e antiscientifica, che non solo è ben lontana dall’estinguersi, ma ha anzi attecchito nei pensieri di molti. Sebbene diffuso al di là dei confini del nostro paese, il fenomeno emerge con particolare limpidezza proprio in Italia, dove sono all’ordine del giorno grossolani e maldestri anatemi anti scientifici, lanciati da filosofi, intellettuali, politici e religiosi, al punto che assume un sapore vagamente poetico una vecchia affermazione di Giovanni Gentile: la scienza «è come un mondo di spettri, dove l’anima sente il freddo della morte»-*. È però sulle indicazioni di Gentile che si è basato, fino a pochi anni fa, l’intero sistema scolastico italiano, cosicché non stupisce che le scienze siano state a lungo marginali zzate nella scuola primaria, secondaria e superiore.

Altro sintomo evidente della tendenza a screditare il valore intrinseco della conoscenza emerge non appena ci si sofferma a osservare il ruolo dell’insegnante all’interno della società italiana, vale a dire di colui/colei che, più di ogni altro/a, dovrebbe assumersi il compito di trasmettere le nostre conoscenze alle nuove generazioni.

Fino a qualche decennio fa, a maestri e professori si attribuiva autorevolezza, mentre l’insegnamento era giudicato una professione non solo prestigiosa, ma anche assolutamente indispensabile in uno stato civile e democratico. Da qualche anno, invece, maestri e professori hanno perduto il loro credito agli occhi di gran parte della società
e quindi, inevitabilmente, agli occhi degli studenti stessi, mentre i costanti tagli alla scuola (pubblica) e all’università (pubblica), oltre a relegare l’insegnamento a “servizio” accessorio, non concedono più il fisiologico e salutare ricambio generazionale degli insegnanti.

Se sì guarda alle principali istituzioni politiche italiane, non si può fare a meno di rilevare comportamenti che vanno dal semplice disinteresse per la ricerca scientìfica all’innalzamento di insormontabili ostacoli contro di essa. E dire che l’articolo 9 della nostra Costituzione recita esplicitamente: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica». Non solo l’Italia si situa tra i paesi cosiddetti democratici che investono meno nella ricerca scientìfica e nell’innovazione tecnologica, ma spesso capita che buona parte dei pochi fondi già stanziati spariscano magicamente nel nulla, per sovvenzionare una qualsiasi altra urgenza estemporanea: “fondi fantasma”, che erano per lo più destinati a ricercatori giovani e non strutturati, le cui ricerche vengono così di fatto bloccate e le cui speranze ingannate. Premesso che trascorrere qualche tempo all’estero è sempre un bene e che la ricerca scientifica è e deve rimanere internazionale, spesso ai giovani italiani rimane la strada obbligata di trasformarsi in cosiddetti “cervelli in fuga”, cervelli formati dal e nel nostro stato, che si recano in nazioni straniere ben felici di accoglierli. Si tratta dì nazioni in cui si investe in conoscenza, in istruzione e in ricerca, per incrementare il benessere dei cittadini, nonché per conferire nuovi slanci all’economia e alla produttività.

A frenare, in alcuni casi a bloccare, la ricerca scientifica e tecnologica vi sono, tra l’altro, leggi e provvedimenti che limitano in modo considerevole – a nostro avviso, sconveniente – la libertà d’indagine di scienziati e ricercatori, nonché la trasmissione delle conoscenze. Con ciò non intendiamo sostenere che sia bene avallare ogni tipo di sperimentazione, basterebbe ricordare alcune efferate sperimentazioni volute dai nazisti. Ma se limitazioni in tal senso risultano necessarie, oltre che legittime, ve ne sono altre del tutto pretestuose, fondate su pregiudizi e ignoranze. È questo il caso di buona parte della discussione politico-religiosa in merito alla ricerca
genetica e, più in generale, biomedica: quando si discute su cellule staminali, clonazione, organismi transgenici e così via, spesso non si tenta neppure di capire quali siano gli effettivi oggetti del discorso, le caratteristiche reali dell’indagine, le potenziali applicazioni tecnologiche di eventuali scoperte. Viceversa, si preferisce mistificare la
concezione di ricerca scientìfica, presentandola come una forza demonica e stregonesca, che deve essere temuta e, soprattutto, tenuta il più possibile a freno, perché in grado di alterare la cosiddetta “natura” – quando invece, in realtà, la ragione principale della ricerca scientifica consiste nello studio della natura stessa.

Il passo che dalla demonizzazione delle scienze conduce a imporre un freno alla lìbera circolazione delle idee scientifiche, se non addirittura a una loro vera e propria censura, è purtroppo assai breve; altrettanto lo è il passo che conduce a estendere questo tipo di condotta alla conoscenza nel suo complesso. La posta in gioco rimane oltremodo alta, poiché si giungono a intaccare quelle libertà fondamentali, che sono alla base della sopravvivenza della stessa democrazia. Non dobbiamo dimenticare che i sistemi dittatoriali non si danno solo quando le informazioni vengono manipolate e distorte, ma anche quando la gran parte dei cittadini viene intenzionalmente lasciata all’oscuro di determinati fatti, oppure tenuta lontana dalle conoscenze, dalla possibilità sia di accedere a esse sìa di trasmetterle ad altri. Depauperamento e imbrigliamento dell’editoria, dei media, della ricerca scientifica e della scuola ci privano della possibilità stessa di conoscere, apparendoci al contempo indegni di un qualunque stato democratico, nonostante possano talvolta venire accettati con fatalismo e passività, quando, invece, la conoscenza dovrebbe riuscire a trasformarsi in patrimonio dì tutti, se non altro in quanto presupposto necessario al fine dì assumere decisioni critiche, consapevoli e razionali da parte di ognuno di noi.

Oltre all’effettiva possibilità di comunicare lìberamente conoscenze, deve sussistere, in tal senso, una precisa volontà in coloro che di queste conoscenze dispongono. Agli stessi scienziati e ai ricercatori di ogni disciplina (dall’antropologia alla chimica, dall’economia alla filosofia, dalla fisica alla matematica, dalla psicologia alla storia e via di seguito) non può mancare la consapevolezza della centralità della trasmissione delle proprie conoscenze, sia alla ristretta cerchia di colleghi e allievi sia a un insieme più vasto di comuni soggetti cognitivi. È così che si giunge a inquadrare le imprese conoscitive nella loro giusta dimensione, attribuendo loro quel valore non solo estrinseco, ma anche intrinseco che di fatto appartiene a esse a pieno titolo: ci sì può opporre all’attuale deriva che relega la conoscenza ai margini dell’esistenza umana.

Un piccolo trattato dì epistemologia Ma che cosa si intende per epistemologia? Il termine, che deriva da episteme (conoscenza o scienza, in quanto contrapposte alla dòxa, alla
mera opinione) e lògos (discorso), indica originariamente lo studio della conoscenza o della scienza. Nell’antica Grecia, e per lo meno fino allo sviluppo della scienza moderna, i due vocaboli conoscenza e scienza sono per lo più trattati come sinonimi; la scienza non è considerata altro se non credenza vera e giustificata, vale a dire co-
noscenza, come avremo modo di chiarire in seguito. In italiano, in alcuni ambienti, il termine epistemologia assume oggi il significato ristretto di filosofia delle scienze e si riferisce a quella branca della filosofia che indaga le sole conoscenze scientifiche, intrecciandosi strettamente con altre discipline quali, per esempio, l’ontologia, la
semantica, la logica. Lo stesso vale per i paesi francofoni, dove il vocabolo epistemologie è per lo più utilizzato come sinonimo di filosofia delle scienze. Contrariamente a quanto accade in Italia e in Francia, nei paesi di lingua inglese il termine epistemology continua a mantenere la sua accezione originale di teoria filosofica della conoscenza in generale. E anche in tedesco Epistemologie equivale a Erkenntnistlicorìe, vale a dire a “teoria della conoscenza”.

Nel presente volume il termine è principalmente utilizzato in un senso vicino a quello dell’originale greco o dell’inglese epistemology: in quei casi in cui lo adopereremo come sinonimo di “filosofia delle scienze”, ci preme sottolineare che ritaglieremo all’interno di tale disciplina l’aspetto prettamente conoscitivo.

Con il nostro piccolo trattato ci proponiamo di esporre alcuni cardini epistemologici, nella speranza che essi risultino utili per rivalutare la conoscenza insieme alle scienze, al fine di suggerire, tra ie righe, filosofie delie conoscenze e delle scienze che conducano il lettore a sentirsi cittadino e a pretendere una democrazia in cui non manchi la chiarezza sulle conoscenze e sulle scienze stesse, nonché sulla loro straordinaria grandezza*. Non si tratta di un volume introduttivo, né di un manuale, quanto piuttosto di un vademecum iniziatico, in cui si prova ad affrontare, con chiarezza e rigore, alcune tematiche chiave delle epistemologie contemporanee.

Tematiche condivise dalle filosofie delle conoscenze e dalle filosofie delle scienze che, benché siano raramente sviluppate assieme in altri lavori di questo tipo, sono a nostro avviso necessarie per poter intraprendere in seguito indagini epistemologiche più approfondite e specifiche. Si tratta di questioni interdisciplinari in quanto, oltre a trovarsi a cavallo tra filosofie delle conoscenze e filosofie delle scienze, impongono riferimenti alle filosofie della niente, alle scienze cognitive, alle neuroscienze. Esse riguardano: i rapporti tra filosofia (in particolare, epistemologia) e scienze, naturali e umane; la complessa relazione che si sviluppa tra fatti e valori (epistemici e non-epistemici); la distinzione tra contesto della scoperta e contesto della giustificazione; il problema della dipendenza epistemica nella pratica conoscitiva quotidiana e scientifica.
In estrema sintesi, a proposito delle connessioni tra filosofia e scienze cercheremo di mostrare l’impossibilità di definire in modo univoco che cosa sia “la” scienza e, dunque, l’opportunità non solo di adottare una prospettiva pluralista nei confronti delle scienze, ma anche di intraprendere ricerche filosofiche esclusive su ogni singola scienza. Ciò ci condurrà a chiarire ì rapporti che le epistemologie intrattengono tanto con i fatti quanto con i valori propriamente epistemici, primo fra tutti quello di giustificazione; se da una parte sosterremo che un’epistemologia seria, completa e soddisfacente non può fare a meno né dei fatti né dei valori epistemici, e deve quindi prevedere una loro seppur difficile riconciliazione, dall’altra cercheremo dì estendere a ogni scienza la convinzione di Rudolf Carnap, secondo il quale in una scienza formale, quale la logica, non si dà
morale e quindi, più in generale, non sì danno valori non-epistemici. Al fine di comprendere l’importanza del valore epistemico della giustificazione introdurremo la distinzione tra il contesto della scoperta, che è descrittivo, e il contesto della giustificazione, che è invece normativo, per mostrare l’inadeguatezza della dicotomia, nonché l’esigenza di una sua ridefinizione, tenendo conto del fatto che la giustificazione non può risultare del tutto separata dalla scoperta, sebbene il contesto della giustificazione rimanga imprescindibile per qualsiasi autentica impresa epistemologica. Torneremo, infine, sulla questione dei valori non-epistemici, in particolare sul valore della
fiducia, per sostenerne la necessità all’interno delle imprese conoscitive, argomentando però contro una nozione di fiducia soggettiva e, in un certo qua! senso, irrazionale. Dall’analisi della dipendenza epistemica dei soggetti cognitivi nei confronti di altri soggetti cognitivi e dall’esame della fonte conoscitiva della testimonianza, emergerà
come la fiducia nel carattere e nel comportamento epistemico-etico dei nostri simili si basi su considerazioni oggettive e razionali che, nello specifico, chiamano in causa concetti quali quelli di altruismo, egoismo, empatia. Il che ci consentirà di concludere che esiste un senso preciso in cui l’etica, con i suoi valori non-epistemici, “inva-
de” le imprese epistemiche, a tutto vantaggio di queste ultime.

La scelta di tali tematiche, insieme alla loro trattazione, rimane senz’altro opinabile. Data però l’eterogeneità delle conoscenze e delle scienze, sembra oggi parecchio problematico discutere in generale di filosofia della scienza, mentre concentrarsi sulla filosofia di una scienza particolare ci obbligherebbe inevitabilmente a dis-
sertazioni iper specialistiche. Lo abbiamo detto: si tratta di un volume iniziatico, in cui ci premono, nel linguaggio e nei contenuti, il dettaglio e il rigore, nonché la comprensibilità, al fine dì risultare accessibili al lettore non specialistico; cercheremo perciò di evitare tanto i formalismi quanto le eccessive sottigliezze.

Prologo
«Oh creature sciocche, quanta ignoranza è quella che v’offènde!»

Capitolo 1
Quali culture

Capitolo 2
Fatti e valori

Capitolo 3
Scoperta e giustificazione

Capitolo 4
Fiducia e scienze

Epilogo
La caverna dì Platone
Bibliografia
Le autrici
Ringraziamenti
Indice dei nomi

 

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