Gandhi

Regia di R. Ateenborough – 1982 – Usa – 188 min.

Il Cast

Ben Kingsley, Candice Bergen, Edward Fox, John Gielgud, Trevor Howard, Ian Charleson, Athol Fugard, Rohini Hattangady

 
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La Trama

Il film presenta fin dalle prime sequenze la morte di Gandhi e l’apoteosi dei suoi funerali. Chi hanno ucciso? La coscienza dell’umanità. Egli che aveva sempre lottato per la non violenza fu vittima della violenza, presentando nella morte, come in vita, un’impressionante somiglianza con il suo più grande maestro, Cristo.

Il racconto della vita di Gandhi, splendidamente interpretato dall’attore inglese Ben Kingsley, inizia nel 1893 in Sud-Africa, con la famosa notte di Maritzburg, la piccola capitale del Natal, ove un poliziotto getta il giovane avvocato Mohandas Karamichad Gandhi dalla prima classe del treno (come indiano doveva viaggiare in terza classe) e dove ha trascorso la notte gelida (era inverno) nella sala d’aspetto.

Così, nel silenzio e nella solitudine di quella notte africana, Gandhi, si era trovato per la prima volta, all’improvviso, dinanzi alla missione della sua vita. Dopo decenni, conversando col missionario inglese J.R. Mott, indicava nella notte di Maritzburg l’avvenimento più significativo della sua vita.

Quella notte è costata all’Inghilterra un impero: l’impero delle Indie. Difatti Gandhi comincia le sue proteste con lettere, con articoli sui giornali, con raduni contro le ingiuste e assurde discriminazioni razziali del Sud-Africa: proibizione di camminare sui marciapiedi, necessità dei lasciapassare, delle impronte digitali e tante altre angherie. Alle reazioni violente della polizia, Gandhi, sanguinante per le bastonate, reagisce caparbiamente disobbedendo, con la non-violenza. “Pratica il Vangelo – afferma – sono le cose semplici che mozzano il fiato”.

Convinto della uguaglianza evangelica di tutti gli uomini, Gandhi denuncia le leggi discriminatorie contro gli Indiani, deciso a lasciarsi uccidere piuttosto che osservarle. Molti lo seguono in raduni e dimostrazioni. Caricati dalla polizia a cavallo, i dimostranti si stendono a terra e gli animali (più cristiani) rifiutano di calpestarli. Gandhi finisce in prigione, ma ormai più nulla lo arresta: ha scoperto la via di Dio, la via dell’amore.

Alla fine i sud-africani devono arrendersi. Gandhi, liberato dalla prigione, ritorna in India, nel 1915. La fama l’ha preceduto. E’ accolto trionfalmente a Bombay e si impegna a scoprire la vera India: quella umile, delle campagne, dei settecentomila villaggi.

Accanto a Gandhi e nella sua luce si profila la coraggiosa figura della moglie Kasturba, ormai tanto remissiva e dolce, quanto all’inizio dei sessant’anni di vita coniugale (si erano sposati a 13 anni) era stata indomita e ribelle con l’adolescente marito, tiranno, crudele, follemente geloso.

Il rimorso di queste colpe dell’adolescenza non rimargineranno mai in Gandhi e spiegano la bellissima scena del film, quando, sul fiume, Gandhi, risposa, in un dolcissimo idillio, la sua fedele Kasturba: “che possiamo sempre vivere come amici” – “Tu sei il mio migliore amico”. Kasturba segue sempre il marito, senza mai capirlo a fondo. A contatto con la vera India, quella dei contadini, che faticano nei campi, sotto il sole cocente, Gandhi vive le drammatiche e commoventi situazioni degli umili, sopportate con una rassegnazione secolare.

Alle ingiustizie dei padroni inglesi solo gli indiani devono reagire, devono sentirsi caparbiamente sicuri della vittoria della non-violenza. Perché questa sicurezza sia tutta indiana, Gandhi non esita ad allontanare il suo più grande amico europeo, che aveva incontrato in Sud-Africa e ritrovato in India, nel 1915: Charlie Andrews.

Con l’uso intelligente della stampa e la potenza dell’opinione pubblica vengono le prime vittorie; ma inizia anche la reazione violenta degli inglesi che culmina nella strage di Amritsar del 13 aprile 1919, quando il generale Dyer fa sparare su una folla di circa quindicimila persone. Milleseicento proiettili, in dieci minuti, uccidono trecentosettantanove persone e ne feriscono millecentotrentasette. La strage è commentata nel film solo dal volto tristissimo di Gandhi. La legge marziale imposta dagli Inglesi dimostra la loro debolezza. Centomila indiani finiscono in prigione, ma come controllare gli altri trecentocinquanta milioni? La non-collaborazione continua. Gli abiti europei sono bruciati in un gran falò. Gli Indiani sono invitati a vestirsi semplicemente come Gandhi, con un pezzo di stoffa bianca, fatta in casa. E’ l’abito dei contadini indiani.

Entra ora nella vita di Gandhi, Mirabehn (Miss Slade), figlia di un ammiraglio inglese, che ha lasciato l’Inghilterra, per diventare discepola attiva e devota del Mahatma. Intanto si manifestano i primi contrasti fra Indù e Mussulmani: “Occhio per occhio – ammonisce Gandhi – finisce col rendere cieco il mondo” e inizia un digiuno ad oltranza. Le lotte fratricide cessano. Intanto la non collaborazione, la non-violenza contro gli Inglesi continuano: incoronano di ghirlande di fiori i poliziotti, iniziano la campagna per il sale dell’Oceano Indiano agli Indiani, accettano multe, prigioni, bastonate.

Lo scopo della resistenza civile è di provocare la reazione o cambiare la legge. L’opinione pubblica mondiale, sensibilizzata dalla stampa, è tutta per Gandhi, contro gli Inglesi. Questi sono ormai prostrati dalla debolezza della loro violenza, dal ridicolo, dalla perdita di ogni ascendente. Gandhi ha vinto. L’India è indipendente. Ma il problema più grave è la divisione all’interno dell’India in Induisti e Mussulmani.

Ha un bel dire Gandhi che sono come “l’occhio destro e l’occhio sinistro della stessa faccia: nessun padrone, nessuno schiavo”; Jinnah, il capo dei mussulmani, vuole l’India divisa, con la creazione dello stato del Pakistan mussulmano. Il conflitto Indo-pakistano ha il suo duro prezzo di un milione di morti.

E’ evidente il fallimento di Gandhi proprio nella sua patria riguardo alla non-violenza e all’unità, le due cause più care al suo cuore, piu’ care della stessa indipendenza nazionale. Gandhi reagisce con un ultimo digiuno, disposto a morire per la non violenza del suo popolo, e vince. “I soli demoni – dice – che corrono nel mondo sono quelli che devastano il nostro cuore”. Gandhi ha ormai 79 anni.

Ritorna spesso sul pensiero della morte vicina e desidera una morte violenta: “Se qualcuno mi uccidesse e io morissi con una preghiera, per il mio assassino, sulle labbra, allora soltanto si potrà dire che ho posseduto la non-violenza del coraggio”. Come aveva desiderato, così avvenne il 30 gennaio 1948.

Godse, un estremista indù, lo uccise con tre colpi di rivoltella. Gandhi si accasciò sul terreno intriso di pioggia, mormorando “He Rama!” (Oh, Dio!). Dopo l’apoteosi dei funerali il film si chiude come era iniziato: su un immenso fiume, inondato dai raggi del sole al tramonto, con una barca che si allontana sulla corrente e scompare. Le immagini possono apparire un po’ romantiche, ma non sono state mai tanto vere riguardo alla vita di un uomo, come nel caso di Gandhi, che ha illuminato, col suo messaggio di non violenza e di amore, non solo l’India, ma il mondo intero.

Guarda alcune scene del film.

 

Come guardare il film

Nel film di Richard Attenborough splende la biografia del leader indiano Gandhi, detto il Mahatma.

Abbandonata l’attività di avvocato, il piccolo uomo dedica tutto se stesso all’indipendenza dell’India. La pellicola segue la vita del Mahatma dal primo episodio che lo convince a scegliere la via della lotta pacifica al colonialismo britannico (da giovane viene cacciato fuori da uno scompartimento del treno, nel razzista Sudafrica) fino alla tragica fine per mano di un estremista indù, nel 1947, nel pieno degli scontri religiosi tra musulmani e indù.

Il film, fra l’altro, segna l’esordio sul grande schermo di un attore straordinario come Ben Kingsley.

Vincitore di 9 premi Oscar, questo film va osservato anche da almeno due altri punti di osservazione. Il primo, quello della leadership, poichè credo che ne spieghi il concetto meglio di tanti testi di successo. Il secondo quello paradossale dell’uso della non violenza per combattere la violenza.

 
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