Pensieri di un leader che non avrebbe voluto esserlo

Marco Aurelio - a cura di S. Raffo - Mondadori - 2007 - 118 pagg

La libertà interiore

2 Gennaio 2011 | di Arduino Mancini Filosofia - Leadership - Politica

 

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Dalla recensione di Silvio Raffo.

Una delle figure più utopistiche e nello stesso tempo più ardentemente invocate dall’umanità, la più “necessaria” alla storia e al bene comune, è sicuramente quella del “principe-filosofo”, il governatore saggio, colui che rivestendo il più alto grado del potere politico non si identifica mai col tiranno ma si avvale di sani principi morali fatti propri in seguito a un disciplinato studio per migliorare la società di cui è responsabile, proponendosi come modello di comportamento per i suoi sudditi anche e soprattutto da un punto di vista umano.

È questo il sogno, per citare gli esempi più lampanti, di Platone, di Seneca, di Machiavelli.

I due filosofi, da educatori quali sostanzialmente erano, coltivarono la speranza di trasformare i loro pupilli, Dionisio di Siracusa e il giovanissimo Nerone, in imperatori esemplari; il terzo teorizzò una figura perfetta di governatore politico nel suo Principe.

I primi due casi coincidono con clamorosi fallimenti; e anche quella di Machiavelli si rivelerà una chimera.

Solo un nome, forse, in tutta la storia, può confortarci in questa ricerca: quello di Marco Aurelio.

Di fatto, si tratta dell’unica figura che unì proficuamente pensiero (nel senso di saggezza spirituale) e potere assoluto, dimostrando in concreto che questo binomio può sussistere e incarnarsi in un essere umano con risultati positivi per lo Stato e per lui stesso, sia pure in porzioni di tempo limitate.

Va precisato subito che Marco Aurelio non avrebbe mai voluto essere un imperatore, e avrebbe di gran lunga preferito la condizione del più libero e innocente degli animali, di un garrulo usignolo o di un’effimera farfalla; fu costretto dalle circostanze della sorte (che, nella visione stoica come in quella cristiana, corrisponde alla Provvidenza) a diventare principe del più vasto e potente impero di tutti i tempi e, trovatosi al potere, accettò tutte le conseguenze di questa condizione con spirito disinvolto e insieme eroico, senza mai venir meno ai princìpi della sua educazione e della sua filosofia.

I suoi maestri furono due: un pensatore stoico, Epitteto, e un retore, Frontone, il più illustre esponente dell’arte oratoria sotto gli Antonini. La prima figura, conosciuta solo attraverso le opere, esercitò su di lui un’autorità fortissima; con la seconda, presente nella realtà quotidiana della sua formazione adolescenziale e giovanile, si instaurò un rapporto dialettico più critico e complesso.

Il pensiero di Epitteto, filosofo amato e tradotto anche da Giacomo Leopardi, è avvertibile in ogni pagina dell’opera di Marco Aurelio: ogni pagina dei suoi Ricordi ribadisce la convinzione “stoica” di un “dover essere” che coincide con la vera libertà interiore, della necessità di una scelta razionale a cui corrisponda un attivo operare nel quotidiano giovevole a se stessi e al prossimo.

Frontone è ufficialmente il maestro di retorica del giovane Marco, e in qualche misura il suo precettore-terapeuta, interlocutore prediletto non soltanto per quanto riguarda le scelte letterarie ma anche per problemi e interrogativi esistenziali. Si tratta di un magister vitae che lo fa riflettere, oltre che sulla grammatica, sull’importanza di valori quali la sincerità e la libertà.

A buon diritto Marco Aurelio si considera e ci appare veramente “cittadino del mondo” («Come Antonino la mia città, la mia patria è Roma; come uomo, il cosmo»), uno dei pochi nella storia che abbia davvero impiegato le sue energie al servizio di una “totalità”, quella totalità di cui si lamenta la perdita nel frastornato e frenetico mondo in cui viviamo. E il senso della vita che ci insegna a individuare e a recuperare questo straordinario imperatore-filosofo, capace di autodisciplinare ogni inutile eccesso e ogni intemperanza per raggiungere quella serenità e quell’appagamento interiore che al termine del nostro cammino terreno ci permetteranno un congedo sorridente, senza amari rimpianti.

Il suo ultimo pensiero, che contiene l’estremo augurio a se stesso e a tutti noi, carico di una possente calma “religiosa”, è appunto questo: «Colui che fissa il termine ultimo è lo stesso che fu un tempo responsabile della tua composizione, e ora della tua dissoluzione; mentre tu non sei responsabile né dell’una né dell’altra. Esci quindi di scena sereno, poiché sereno è anche colui che ti congeda».

 

INDICE

Introduzione
Nota biografica

LA LIBERTÀ INTERIORE

Debiti di riconoscenza
Tutto è illusione
L’intelletto unica guida
Nulla accade a caso
II tuo dovere di uomo
L’essere si riduce a un continuo divenire
Anche se tutto diviene, tutto è ciò die è sempre stato
E suprema la forza della mente
Giustizia è favorire il bene comune, empietà è contrastare il vero e perseguire il piacere personale
Godi il presente rispettando ciò che è giusto
La tua arte sia Tessere buono
Venera il divino che è in te e preparati serenamente alla morte, destinata a te in armonia con il tutto

 

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