La libertà interiore

La libertà interiore 2007Marco Aurelio – a cura di S. Raffo – Mondadori – 2007 – 118 pagg

 

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Una delle figure più utopistiche e nello stesso tempo più ardentemente invocate dall’umanità, la più “necessaria” alla storia e al bene comune, è sicuramente quella del “principe-filosofo”, il governatore saggio, colui che rivestendo il più alto grado del potere politico non si identifica mai col tiranno ma si avvale di sani principi morali fatti propri in seguito a un disciplinato studio per migliorare la società di cui è responsabile, proponendosi come modello di comportamento per i suoi sudditi anche e soprattutto da un punto di vista umano.

È questo il sogno, per citare gli esempi più lampanti, di Platone, di Seneca, di Machiavelli. I due filosofi, da educatori quali sostanzialmente erano, coltivarono la speranza di trasformare i loro pupilli, Dionisio di Siracusa e il giovanissimo Nerone, in imperatori esemplari; il terzo teorizzò una figura perfetta di governatore politico nel suo Principe. I primi due casi coincidono con clamorosi fallimenti; e anche quella di Machiavelli si rivelerà una chimera.

Solo un nome, forse, in tutta la storia, può confortarci in questa ricerca: quello di Marco Aurelio. Di fatto, si tratta dell’unica figura che unì proficuamente pensiero (nel senso di saggezza spirituale) e potere assoluto, dimostrando in concreto che questo binomio può sussistere e incarnarsi in un essere umano con risultati positivi per lo Stato e per lui stesso, sia pure in porzioni di tempo limitate.

Va precisato subito che Marco Aurelio non avrebbe mai voluto essere un imperatore, e avrebbe di gran lunga preferito la condizione del più libero e innocente degli animali, di un garrulo usignolo o di un’effimera farfalla; fu costretto dalle circostanze della sorte (che, nella visione stoica come in quella cristiana, corrisponde alla Provvidenza) a diventare principe del più vasto e potente impero di tutti i tempi e, trovatosi al potere, accettò tutte le conseguenze di questa condizione con spirito disinvolto e insieme eroico, senza mai venir meno ai princìpi della sua educazione e della sua filosofia.

I suoi maestri furono due: un pensatore stoico, Epitteto, e un retore, Frontone, il più illustre esponente dell’arte oratoria sotto gli Antonini. La prima figura, conosciuta solo attraverso le opere, esercitò su di lui un’autorità fortissima; con la seconda, presente nella realtà quotidiana della sua formazione adolescenziale e giovanile, si instaurò un rapporto dialettico più critico e complesso.

Il pensiero di Epitteto, filosofo amato e tradotto anche da Giacomo Leopardi, è avvertibile in ogni pagina dell’opera di Marco Aurelio: ogni pagina dei suoi Ricordi ribadisce la convinzione “stoica” di un “dover essere” che coincide con la vera libertà interiore, della necessità di una scelta razionale a cui corrisponda un attivo operare nel quotidiano giovevole a se stessi e al prossimo.

Frontone è ufficialmente il maestro di retorica del giovane Marco, e in qualche misura il suo precettore-terapeuta, interlocutore prediletto non soltanto per quanto riguarda le scelte letterarie ma anche per problemi e interrogativi esistenziali. Si tratta di un magister vitae che lo fa riflettere, oltre che sulla grammatica, sull’importanza di valori quali la sincerità e la libertà.

A formare quindi la sua personalità sono un filosofo del passato e un retore del suo tempo (oltre a molti altri personaggi, parenti e amici, a cui Marco Aurelio dichiara a chiare lettere la propria gratitudine); appare evidente fin da subito l’esigenza in lui di una doctrina morale, di una dimensione riflessiva mai puramente teorica, sempre suffragata da concrete dimostrazioni e risultati proficui. È il suo temperamento a esigere chiarezza di princìpi e insieme efficienza.

Tre sono i punti essenziali della “filosofia” di Marco Aurelio (che filosofo nel senso compiuto del termine non può essere considerato, in quanto il suo non è un sistema organico di pensieri ma piuttosto una serie di riflessioni), e li ritroviamo di continuo nel suo “diario” così squisitamente personale e insieme universale:

a) dal punto di vista antropologico, la convinzione che l’essenza specificamente costitutiva dell’uomo sia lo spirito (che Marco Aurelio chiama nous, considerandolo elemento peculiare dell’organismo umano e differenziandolo dallo pneuma, soffio-respiro che condividiamo con gii animali): «Tre sono gli elementi di cui sei composto: corpo, soffio vitale, mente». Pertinenti al corpo sono le percezioni sensibili, « dolci o violenti moti della carne», insomma i piaceri e i dolori fisici; lo pneuma è la sede delle funzioni vitali per così dire elementari, principio motore di rappresentazioni e istinti di cui partecipa anche Fanima animale; simile a un vento soggetto a continui mutamenti, non ha affinità con i corpi celesti, equivalendo in fondo a semplice aria inspirata dall’ambiente circostante; solo il nous (termine sinonimo del logos eracliteo), ossia il livello superiore dell’anima, è sede del pensiero puro, ed è questo elemento a costituire la vera guida (eghemonikòn) dell’essere umano, creatura privilegiata e superiore agli altri esseri viventi in natura;

b) dal punto di vista morale, il principio stoico della rinuncia («Sopporta e rinuncia») mutuato da Epitteto; occorre agire bene, rettamente, mai per protagonismo o egoismo, nella profonda consapevolezza di una missione da compiere, conferendo all’agire una finalità “utile” al prossimo e alla società. «Non stancarti mai di giovare a te stesso giovando agli altri.» Come dire: la vera libertà e la vera felicità consistono nell’individuare ciò che è giusto per noi compiere, ciò a cui siamo destinati da una volontà provvidenziale, e che gioverà senza dubbio a tutti, escludendo il piacere fine a se stesso, cioè quello dei sensi («E possibile che l’uomo sia stato creato per il piacere? Considera se il tuo pensiero riesce a sopportare una tale affermazione»). E solo il senso morale che indica la strada da seguire all'”uomo vero”. Ed è proprio l’esortazione continua ad agire, l’esaltazione convinta dell’attivismo, che rende il pensiero del nostro “imperatore illuminato” così “umanistico” e moderno: «Agisci rettamente e non aver paura di nessuno all’infuori di te stesso», «Mi sveglio per compiere il dovere proprio di chi è uomo; dovrei essere di cattivo umore se mi avvio a compiere ciò per cui sono nato e son stato immesso nel cosmo?», «E conforme alla natura dell’uomo saldare il suo debito compiendo azioni d’interesse comune»;

c) una concezione del tempo volta a privilegiare soprattutto il presente. Ciò che è volatile (la sfera di pertinenza dello pneuma), corpo e soffio vitale volteggianti nel turbine della vanitas vanitatum, la materia soggetta a mutamento, tutto ciò non deve interessare il saggio, che non si cura né di ciò che è stato né di ciò che ancora non è. Marco Aurelio considera e ritiene prezioso, potremmo dire sacro, solo il presente. «Arresta quell’agitazione da marionetta» raccomanda in tono quasi astioso, alludendo a inutili fantasie che confondono e obnubilano la limpidezza del pensiero.

«Circoscrivi il momento presente.» Dobbiamo fissare dei confini, distinguere e decidere ciò che dipende da
noi e ciò che ci è estraneo, limitandoci alla considerazione e al possesso del puro presente: «Ricordati che non è né il futuro né il passato a pesarti, ma sempre il presente. E questo viene reso via via più piccolo, se tu lo delimiti isolandolo e convinci la tua mente d’essere in errore se non è capace d’affrontarlo così messo a nudo». La durata di qualsiasi evento è comunque breve, non fa alcuna differenza aver vissuto quarant’anni o diecimila: «Chi ha visto ciò che c’è adesso ha visto tutto, sia quanto è stato dall’eternità, sia ciò che sarà all’infinito: tutte le cose, infatti, hanno uguale origine e forma sempre uguale».

A rendere assolutamente originale, per non dire unico, questo “zibaldone” imperiale (che può essere considerato il modello di tutti i grandi esempi di letteratura diaristico-aforistica, dalle Confessioni di sant’Agostino a Montaigne, da Pascal a Oscar Wilde) è la risoluzione “positiva” di una copiosa serie di intimi contrasti e profonde opposizioni dialettiche: la diffidenza, quasi sprezzante, nei confronti di tutto ciò che è contingente e caduco e la fede nella provvidenza divina (altro cardine della filosofia stoica) che trasforma anche Teffimero in valore virtualmente significativo, da potenziare con Fazione: l’elogio continuo di questo concreto e proficuo operare e al contempo di un’attenta introspezione che conduce a un quotidiano esame di coscienza («Guarda dentro di te; nell’interiorità è la sorgente del bene», evidente anticipo del monito agostiniano «Redi in te ipsum; in interiore homine habitat veritas»); il sentirsi così miseramente limitato dal proprio essere uomo e riconoscere in quello stesso essere uomo (e, nel suo caso specifico, imperatore) la possibilità concreta di contribuire al miglioramento della condizione umana. A conciliare ogni antitesi, a dissolvere ogni dramma in una visione superiore, finalistica e armoniosamente catartica, è la consapevolezza che l’uomo è la misura del mondo, e nella ferrea volontà di «pensare solo a ciò che è necessario», ossia al bene, il suo microcosmo gioverà al macrocosmo dell’universo, il solo vero «essere vivente perfetto, da cui trae origine ogni vita e ogni movimento».

A buon diritto Marco Aurelio si considera e ci appare veramente “cittadino del mondo” («Come Antonino la mia città, la mia patria è Roma; come uomo, il cosmo»), uno dei pochi nella storia che abbia davvero impiegato le sue energie al servizio di una “totalità”, quella totalità di cui si lamenta la perdita nel frastornato e frenetico mondo in cui viviamo. E il senso della vita che ci insegna a individuare e a recuperare questo straordinario imperatore-filosofo, capace di autodisciplinare ogni inutile eccesso e ogni intemperanza per raggiungere quella serenità e quell’appagamento interiore che al termine del nostro cammino terreno ci permetteranno un congedo sorridente, senza amari rimpianti.

Il suo ultimo pensiero, che contiene l’estremo augurio a se stesso e a tutti noi, carico di una possente calma “religiosa”, è appunto questo: «Colui che fissa il termine ultimo è lo stesso che fu un tempo responsabile della tua composizione, e ora della tua dissoluzione; mentre tu non sei responsabile né dell’una né dell’altra. Esci quindi di scena sereno, poiché sereno è anche colui che ti congeda».

Silvio Raffo

INDICE

Introduzione
Nota biografica

LA LIBERTÀ INTERIORE

Debiti di riconoscenza
Tutto è illusione
L’intelletto unica guida
Nulla accade a caso
II tuo dovere di uomo
L’essere si riduce a un continuo divenire
Anche se tutto diviene, tutto è ciò die è sempre stato
E suprema la forza della mente
Giustizia è favorire il bene comune, empietà è contrastare il vero e perseguire il piacere personale
Godi il presente rispettando ciò che è giusto
La tua arte sia Tessere buono
Venera il divino che è in te e preparati serenamente alla morte, destinata a te in armonia con il tutto

 

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