t post

Perché è così difficile cambiare?

3 Aprile 2012 | di Arduino Mancini Resistere, ferocemente, al cambiamento

4.2

Spesso ci accade di voler cambiare una situazione indesiderata, da noi o da altri che ci sono vicini: e le ragioni possono essere le più svariate, di natura personale o professionale.

Cambiare lavoro, smettere di fumare, gestire diversamente il proprio tempo, cambiare partner, fare un acquisto importante, cambiare strategia aziendale, avere un figlio, realizzare una vendita importante.

Quelle che ho citato sono situazioni che almeno una volta nella vita ci siamo trovati ad affrontare ed hanno tutte un elemento comune: prevedono un mutamento d’indirizzo la cui realizzazione non appare elementare.

Per quale ragione?

Una risposta valida per tutte le occasioni non esiste e io non te la posso dare.

Tuttavia desidero sottoporre alla tua attenzione la cosiddetta “equazione del cambiamento”, un modello sviluppato da Gleicher, Beckhard e Harris che costituisce una pietra miliare del funzionamento organizzativo e che possiamo utilmente applicare anche nella vita privata.

Secondo l’equazione, la resistenza al cambiamento di una persona, un gruppo o un’organizzazione sarà superata se si verificheranno tre condizioni:

  • esiste una concreta insoddisfazione verso la situazione attuale;
  • esiste una visione chiara di come potrà essere il futuro, rappresentativa di una realtà desiderata;
  • le azioni da intraprendere nel breve sono identificate e percepite come realizzabili.

 

Gli autori hanno efficacemente descritto il modello con una formula:

D x V x F > R

D = Dissatisfaction, insoddisfazione della situazione attuale

V = Vision, rappresentazione del futuro verosimile

F = First steps, i primi passi da intraprendere (nel breve.)

R = Resistenza al cambiamento.

Se una sola di queste variabili è nulla o se il loro livello non è sufficiente a generare la necessaria motivazione ad agire, la resistenza al cambiamento non sarà superata.

Facciamo un esempio.

Supponiamo che un’impresa intenda cambiare un processo produttivo consolidato.

Il processo produttivo sostitutivo possiede, per la direzione generale, tre caratteristiche:

  • permette cospicui risparmi sul costo del personale;
  • consente di diminuire i tempi di produzione;
  • richiede investimenti contenuti e a elevato ritorno.

Che cosa significa il progetto, invece, per il personale dedicato alla produzione?

Ecco cosa possiamo ipotizzare:

  • riduzione di personale (a chi tocca?);
  • nuove cose da imparare (ce la farò? Non ho mica voglia di rimettermi in ballo…);
  • disorientamento, che spinge a mantenere le cose come sono (perché cambiare se le cose vanno bene?)

Appare evidente che solo coinvolgendo il personale nel processo di cambiamento, impiegando un’efficace comunicazione e tanta pazienza, potrà essere possibile realizzare il processo produttivo con un contenuto livello di conflitto.

È cioè necessario che il futuro (verosimile) disegnato sia quanto più possibile condiviso.

Come?

Spiegando alle persone, impiegando il tempo necessario, tre cose (che cito qui a puro titolo di esempio, senza riferimenti a situazioni specifiche):

  • il processo produttivo attuale non sostiene più la competitività dell’azienda sul mercato (Dissatisfaction). In assenza di cambiamento i margini andranno a ridursi, pregiudicando gli investimenti e mettendo a rischio numerosi posti di lavoro;
  • nel futuro (Vision) l’azienda sarà più competitiva e le persone professionalmente più preparate. La riduzione di personale sarà gestita in modo da generare il livello minimo di disagio per i singoli;
  • l’implementazione del nuovo processo produttivo (First Steps) sarà sostenuta da una presentazione specifica del progetto, fasi di training del personale interessato e migrazione graduale.

Se il prodotto dei tre punti precedenti sarà superiore alla resistenza al cambiamento allora sarà possibile procedere con un contenuto livello di conflitto.

Dimenticavo.

Per avere successo la comunicazione deve possedere una caratteristica irrinunciabile: essere veritiera.

Hai esperienza di processi di cambiamento di questo genere?

Sapresti applicare l’equazione del cambiamento alla vita privata?

 

Trovi il post anche nel libro Palmiro e lo (s)management delle Risorse Umane – Tattiche di sopravvivenza aziendale.

(No Ratings Yet)
Loading...
Commenti
Barbara Puccio 3 Aprile 2012 0:00

Ottimo post,Arduino.
L’equazione del cambiamento da te citata è perfettamente idonea nelle organizzazioni aziendali; secondo il mio modesto parere è più efficace in aziende di medie dimensioni.
Perché il coinvolgimento del personale può essere più incisivo e la comunicazione è più orizzontale e con meno filtri (di solito nelle aziende di medie dimensioni non c’è il middle management) e quindi la comunicazione è più diretta e,concordo con te, deve essere veritiera. Aggiungo anche che è più facile ricevere feedback sulle logiche o strategie aziendali adottate o da far adottare.
Per quanto riguarda la sfera personale l’equazione del cambiamento può essere applicata nelle scelte importanti, nei bivii da intraprendere.
Dopo aver analizzato l’insoddisfazione che ti porta a cambiare una certa situazione,secondo me in tutto il processo la leva fondamentale è la motivazione. Ti consente di immaginare un futuro diverso e di agire velocemente, con una pianificazione realistica.
Aggiungo anche concedendosi qualche piccola gratificazione durante il cammino.

Silvia 3 Aprile 2012 0:00

Sono perfettamente d’accordo con quanto scrivi, Arduino. Le persone hanno difficoltà a cambiare spesso per pigrizia o per paura del “nuovo”. Restare nella zona di confort del “noto” ci illude molte volte di essere la soluzione migliore per noi, annebbiando non poco la nostra vista e riducendone di sicuro l’angolo di prospettiva. Questo nelle nostre faccende personali e tanto più in quelle professionali. Buona parte del successo di un processo aziendale di cambiamento deriva dalla forte spinta dei vertici, ma soprattutto dal coinvolgimento di ogni persona e di ogni livello già dalle fase di analisi, per poi proseguire nella progettazione e nella realizzazione. La comunicazione è un mezzo che facilita questo percorso, ma da sola di sicuro non basta. Grazie per avermi dato ancora una volta un ottimo spunto di riflessione! Al prossimo post! Intanto mi gusterò il nuovo libro! 😉

AM 3 Aprile 2012 0:00

@Barbara e a @Silvia grazie. Pezzo a lungo incubato: finora autorevoli commenti positivi. Aspettiamone altri. Grazie!

Alessandro 3 Aprile 2012 0:00

Bel contributo Arduino.
Non conoscevo questa chiave di lettura, ma ricordo che già Edgar Schein nei suoi discorsi sul cambiamento della cultura organizzativa parlava di necessità di “sentirsi sul ciglio del burrone”. La motivazione al cambiamento ha bisogno di questo senso di inadeguatezza del presente.
Il tema quindi è secondo me, come anche tu dici, di aprire la comunicazione in modo quasi estremo nelle organizzazioni. Spesso il management sente come ineludibile il cambiamento, perchè dal suo unto di osservazione ha colto l’inadeguatezza del presente, ma poi pretende che tutti gli employee siano disposti ad allinearsi come soldatini, senza che siano messi realmente al centro delle informazioni che potrebbero motivarli al cambiamento. Questo paradosso non risolve con interventi formativi (ahimè), per inculcare il cambiamento, ma ch una ampia riforma alla base: apertura , condivisione, partecipazione. Questo sul fronte organizzativo, mentre su quello individuale valgono le considerazioni che ha fatto @barbara. Bel pezzo davvero.
Dovremmo fare qualcosa insieme prima o poi! 🙂

AM 4 Aprile 2012 0:00

@alessandro. Non vedo l’ora 🙂

Claudia 4 Aprile 2012 0:00

Buonasera ;
cercando su google “CAMBIAMENTO” esce :
Mutamento, trasformazione, variazione.
Bel tema di discussione , davvero .
Ci sono, io penso, due tipo di cambiamento ; quello veloce dove si passa da una parte ad un altra ( ad un bivio, o politicamente , o anche solo tingendosi i capelli ) e quello che corre su una linea temporale infinita, nn si avverte ma c’e’ sempre.
Di solito ci spaventano (ma certi invece li vanno a cercare per noia) i cambiamenti radicali di abitudini e le azioni da modificare nel quotidiano; questo nel personale .
Nel mondo del lavoro per quanto la proprieta cerchi di fare una comunicazione corretta , io penso che un dirigente o un operaio non potranno mai avere la reale conoscenza del perche vengano fatte delle scelte di cambiamento piuttosto che altre , per il semplice motivo che non possiedono tutti gli elementi di valutazione dal punto di vista che ha la proprieta’ , infatti si tende a considerare solo la propria condizione e i successivi vantaggi o svantaggi che deriveranno da quel tale cambiamento ( peraltro non deciso in prima persona ma imposto )
Si dovrebbe invece essere tutti un pizzico ….esploratori
ecco .

Franca 17 Aprile 2012 0:00

Ho deciso di smettere di fumare
– comincio a non sopportare più l’odore che comporta il fumo (non solo l’odore del fumo in sé)
– oltre all’eliminazione del problema suddetto, ne deriverà un risparmio economico
– ho smesso di comperare sigarette ed ho ordinato la sigaretta elettronica

Detto questo, secondo la tua equazione, ce la farò?

AM 17 Aprile 2012 0:00

Ne sono assolutamente certo! Tieni duro e fra un po’ fammi sapere come va.
A presto leggerti, Arduino

sabrina 18 Aprile 2012 0:00

siamo diventati degli animali abitudinari e anche senza troppa fantasia, ci basta l’oggi, che “del doman non v’è certezza” come diceva il poeta; così si stropicciano cuscini sopra i divani aggiustandosi in qualche maniera anche se le molle sotto son rotte,…ho paura che ancora viviamo nel sonno e che sia comodo chiudere un occhio e non vedere; è solo il coraggioso che cambia….così i nuovi passi diventan quasi una preghiera alla vita.

Enrico Bonetto 11 Marzo 2013 0:00

Mi affido alla scienza, per spiegare che forse forse la resistenza al cambiamento è un qualcosa che ha una sua base naturale nel cose che ci circondano.
3° principio della dinamica o principio di uguaglianza fra azione e reazione: Ad ogni azione corrisponde sempre un’azione uguale e contraria; le mutue azioni fra due corpi sono quindi sempre uguali e dirette in senso contrario. Di qui la formula P = – R ovvero, applicando un’azione (forza) ad un corpo, nel sistema entro cui ciò avviene si originerà spontaneamente un’azione di pari intensità avente verso opposto.Ogni corpo esercita su di un altro una forza uguale e contraria a quella impressagli.

Niente di male quindi nell’osservare se per vincere queste forze “naturali” ci voglia un forza “soprannaturale”. Non vi pare ?

AM 4 Aprile 2013 0:00

@enrico.
Rispondo tardi perché la tua mail mi ha fatto venire il mal di testa su una cosa: rispondere in questa sede oppure fare un “pezzo”? Per l’importanza e la ricchezza del tema che hai sollevato scriverò un post entro aprile.
Grazie, e a più spesso leggerti.
Arduino

Franka 5 Aprile 2013 0:00

È passato quasi un anno.
Ho smesso.
Dopo i primi tre giorni di panico non mi è più venuta voglia di fumare.
Credo di aver vinto.

arduino 5 Aprile 2013 0:00

Bravissima!

Tiziana 11 Aprile 2013 0:00

Interessante la teoria di Enrico, io posso solo dire che ritengo il cambiamento necessario per l’evoluzione della specie, (mi pare di averlo già detto in qualche altro post precedente).
Per quanto a volte sia faticoso, occorre essere sempre pronti ai mutamenti di qualunque tipo, che ci coinvolgano in pieno o ci sfiorino appena, in entrambi i casi “dopo” niente sarà più come prima.
Ci vuole tanto coraggio per rimettersi in gioco e bisogna averne per non essere tagliati fuori dalle future e diverse opportunità che la vita offre a chi ha il coraggio di voltare pagina e pensare sempre “domani è un’altro giorno ed io ci sarò pronto a lottare per avere quello che desidero”.
Penso che questa teoria sia adattabile a tutti i campi, bisogna solo essere fermamente convinti!!!

Lascia ora il tuo commento (* obbligatorio)

Nome *
E-mail *
Sito Web
Commento *