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Cosa insegna il referendum svizzero sulle retribuzioni dei top manager

19 Marzo 2013 | di Arduino Mancini Retribuzioni

A partire dal 2014 gli stipendi dei top manager di società svizzere saranno regolati da alcune norme previste dal referendum tenuto il 3 marzo, approvato dal 68% della popolazione:

  • l’assemblea generale degli azionisti voterà ogni anno l’importo delle retribuzioni del consiglio di amministrazione, della direzione generale e dell’organo consultivo. Non saranno più i dirigenti ad avere l’ultima parola sui compensi;
  • i membri del consiglio d’amministrazione potranno rimanere in carica un anno;
  • per gli azionisti che non possono essere presenti alle assemblee è prevista la votazione a distanza;
  • sono abolite liquidazioni, i bonus all’uscita e altre forme di indennità, retribuzioni anticipate, premi per acquisizioni e vendite, contratti di consulenza da parte di società appartenenti al gruppo per il quale si esercita la professione.

Per chi non rispetterà la legge sono previste pene che vanno dal pagamento di sei stipendi annui e tre anni di carcere.

La battaglia contro i super stipendi è stata voluta da Thomas Minder, piccolo imprenditore rappresentante indipendente dell’Unione Democratica di Centro (UDC) alla Camera alta del parlamento svizzero. La sua campagna è iniziata nel 2001 quando fallì la Swissair, che aveva rischiato di far saltare anche la sua impresa: una “disavventura” che aveva fruttato al presidente della compagnia aerea 5 anni di stipendio per restare in carica pochi mesi.

Minder ha affrontato le resistenze di alcuni partiti e della confindustria, la Economiesuisse, per i quali, una volta approvata la riforma, centinaia di aziende se ne sarebbero andate all’estero e si sarebbero persi migliaia di posti di lavoro.

Tuttavia l’indignazione delle persone è stata più forte delle resistenze, perché gli svizzeri non hanno digerito alcune situazioni specifiche, che riporto di seguito a titolo di esempio:

  • l’ex presidente della casa farmaceutica Novartis, Daniel Vasella, ha incassato € 15 milioni nel solo 2011 e incassato € 59 milioni per un patto di non concorrenza (Vasella ha successivamente rinunciato, dopo le polemiche);
  • lo stipendio di manager come Severin Schwan (Roche, € 11 milioni),  Paul Bulcke (Nestlé, €  9 milioni),  Ernst Tanner (Lindt, € 8 milioni);
  • secondo Minder, le enormi somme iscritte a bilancio mostravano che le società avevano perso il controllo sulle retribuzioni.

Come commentare il referendum voluto dai nostri vicini?

Ciò che gli svizzeri hanno voluto fare è dare agli azionisti un controllo più diretto non solo sugli stipendi, ma anche sulla gestione; infatti, la norma che limita a un anno il tempo di permanenza in consiglio di amministrazione tende a dare la possibilità all’azionista di cambiare i rappresentanti e di ridurre il rischio che le relazioni personali prevalgano sull’interesse dell’azienda.

I cittadini elvetici sembrano aver dato una risposta chiara a due interrogativi, ai quali rispondere non è per niente semplice:

  • è giusto che il capo di un’azienda guadagni centinaia o migliaia di volte più della persona che percepisce il salario minimo?
  • Può il contributo di una sola persona, essere talmente importante da essere retribuito in misura tanto diversa? In altre parole,  un compenso così elevato è giustificato da un effettivo ritorno sugli utili?

Ho fatto alcune riflessioni, suggerite da quello che ho potuto osservare nella mia esperienza professionale, che ora vorrei condividere:

  • gli azionisti tendono a vedere nel capo azienda il mezzo più rapido per indirizzare la gestione nel modo desiderato, cosa che rafforza il potere contrattuale del manager;
  • quando il manager gode di indiscusso prestigio, il rapporto può essere di tipo carismatico e rendere labile il controllo dell’azionista sulla gestione;
  • quando ci sono più azionisti, come accade nelle società quotate, i rapporti esistenti fra la compagine azionaria, i consiglieri di amministrazione e il management possono essere talmente articolati da rendere la retribuzione del capo azienda una questione di secondo piano (anche perché è una voce di costo “diluita” nel risultato dell’azienda);
  • azionisti, consiglieri di amministrazione e manager tendono a trascurare il fatto che tale diversità di retribuzione non può avere effetto benefico (piuttosto venefico…) sul morale e sulla motivazione del personale. E che le persone possono essere pagate, ma decidono autonomamente quanto di sé dare all’organizzazione;
  • pochi, pochissimi sembrano davvero essere consapevoli che oggi la conoscenza necessaria ad affrontare la quotidiana complessità della gestione d’impresa non può risiedere nella testa di una o poche persone. E che se l’organizzazione non funziona il bravissimo manager i miracoli non può farli.

Sulla base di quanto detto concludo dicendo che il contributo di un top manager al risultato aziendale è, a mio avviso, spesso sopravvalutato; e questo è testimoniato dalle numerose imprese che abbinano conti deludenti e manager molto ben retribuiti.

Cosa dovrebbero fare gli azionisti? Tre cose, a mio avviso:

  • smettere di pensare ai top manager come a persone in possesso di chissà quali poteri taumaturgici;
  • affidare le imprese a manager che abbiano una storia di valorizzazione delle persone e della conoscenza, capaci di progettare un’organizzazione efficace ed efficiente anche quando non saranno più loro a guidarla;
  • impegnarsi di più e meglio nel controllo della gestione, sia in modo diretto sia in modo indiretto.

Gli svizzeri hanno indicato la strada: saremo capaci di percorrerla?

 

Trovi il post anche nel libro Palmiro e lo (s)management delle Risorse Umane – Tattiche di sopravvivenza aziendale.

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