Articolo 18? Paura e opportunità mancate

di AM il 23 marzo, 2015

articolo 18 480
Dopo l’entrata in vigore del cosiddetto Jobs-Act, l’insieme di norme promosso dal Governo Renzi che ha riformato alcune materie del diritto del lavoro nel nostro paese, pare proprio che le imprese facciano fatica a convincere le persone per loro interessanti a cambiare.

Per quale ragione?

A giocare un ruolo fondamentale nella situazione che si è venuta a creare, secondo quanto mi hanno confermato alcuni direttori del personale e cacciatori di teste, è la nuova disciplina dell’articolo 18.

Vediamo come stanno le cose.

Cos’è l’articolo 18?

È una disposizione contenuta nello statuto dei lavoratori (1970).

Dai primi anni 2000 diversi governi hanno tentato di cambiarlo; Il Governo Monti in una prima fase, con la riforma Fornero, e ora con il Jobs act il Governo Renzi sono riusciti nell’intento in parte.

A chi si applica?

Alle seguenti realtà:

  • unità produttive con più di 15 dipendenti;
  • unità produttive con meno di 15 dipendenti se l’impresa occupa nello stesso comune più di 15 dipendenti suddivise in più unità;
  • aziende con più di 60 dipendenti;
  • il limite del 15 dipendenti scende a 5 in caso di imprese agricole.

L’articolo 18 prima e dopo gli interventi legislativi di cui sopra.

In base a questa norma prima il lavoratore dipendente licenziato aveva diritto:

  • ad essere reintegrato nel posto di lavoro, riprendendo l’attività lavorativa e rendendo nulli gli effetti del licenziamento;
  • al risarcimento del danno in misura pari alle retribuzioni maturate e/o maturande dal momento del licenziamento al reintegro.

Con il Jobs act viene meno l’obbligo di reintegro (che rimane per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari basati su fatti manifestamente insussistenti), sostituito da indennità proporzionale all’anzianità aziendale.

Fondamentale ricordare, ai nostri fini, che le nuove regole si applicano solo ai nuovi assunti e non ai contratti di lavoro già in essere.

Perché cambiare l’articolo 18?

Molti governi hanno individuato nell’articolo 18 una delle principali ragioni della scarsa flessibilità del mercato del lavoro e un fattore limitante degli investimenti in Italia da parte delle società straniere. I sindacati, invece, si sono sempre opposti con decisione ad ogni cambiamento, considerandoli una diminuzione della tutela dei lavoratori.

Cosa sta accadendo?

Diversi sono gli effetti che possiamo registrare a poco tempo dell’entrata in vigore del Jobs act.

Gli incentivi fiscali e le nuove regole stanno facendo crescere le assunzioni a tempo indeterminato; si tratta prevalentemente di persone alla prima esperienza di lavoro e di persone già presenti nelle organizzazioni con rapporti di lavoro diverso (contratti a progetto o altra forma assimilabile): un fatto decisamente positivo.

Inoltre, le imprese stanno facendo più fatica che in passato a reperire sul mercato del lavoro le figure professionali delle quali hanno bisogno; non si tratta di persone che occupano posizioni alla base della gerarchia ma di cosiddetti “lavoratori della conoscenza” (ad esempio progettisti, project manager, venditori, product manager, ecc.) , destinati ad occupare ruoli in grado di incidere sul risultato aziendale anche in modo significativo.

Il timore di perdere la tutela dell’articolo 18 frena anche persone come queste; anche quando hanno davanti 20 o 30 anni di lavoro decidono di non cambiare azienda, rinunciando a cogliere opportunità che si presentano come interessanti per il loro sviluppo professionale.

La riflessione

Se questa tendenza dovesse confermarsi nei prossimi anni potremmo trovarci a riflettere sul fatto che la possibilità di licenziare potrebbe aver ingessato il mercato del lavoro, limitando quella circolazione del capitale umano vitale in molte imprese e fondamentale per quelle che intendono investire nel nostro paese.

Paradossale? No, se ricordiamo che in Italia il lavoro è stato vissuto prevalentemente come un diritto e non come la conseguenza di una preparazione adeguata.

Il mio suggerimento?

Specie ai più giovani raccomando coraggio: quando si è preparati e non si è a fine carriera, rinunciare a nuove opportunità può significare limitare il proprio sviluppo professionale e ammettere che non si ha sufficiente fiducia in sé.

I treni, anche quando si è giovani, non passano continuamente.

Prendere coraggio dunque, e riflettere sul fatto che, tutela o non tutela, non ho mai visto rimanere al suo posto una persona alla quale l’impresa avesse deciso di rinunciare.

Cosa ne pensi?

{ 7 commenti… prosegui la lettura oppure aggiungine uno }

Federico Bernardello marzo 24, 2015 alle 00:07

Ciao Arduino,
articolo come sempre interessante: complimenti.
Penso però che questo sia un effetto che era facilmente prevedibile, sul quale, ad esempio, anch’io avevo avuto modo di discutere con qualche collega già alla presentazione della legge, e che porta al risultato opposto a quello per cui la legge – a parole – é stata pensata: favorire il mercato del lavoro.
Nella pratica, per risolvere il problema, sarebbe stato sufficiente qualche accorgimento. Ad esempio, si poteva prevedere la possibilità, a discrezione del datore di lavoro, di assumere col vecchio contratto (mantenendo quindi articolo 18 e clausole varie) un lavoratore non alla prima esperienza di lavoro.
C’é da dire inoltre che nel medio/lungo periodo, l’aver di fatto creato due categorie diverse di lavoratori comporterà problemi di vario tipo: per i neolavoratori sarà una mannaia che li accompagnerà nei primi anni di vita professionale, quando dovranno accettare praticamente qualsiasi condizione o richiesta, pena il licenziamento immediato (e la sostituzione con un altro inesperto nuovo assunto). Per tutti gli altri sarà uno svantaggio tra 10/15 anni, quando di fronte a una ristrutturazione, saranno i rami che converrà potare per primi.
L’unico effetto positivo della manovra, come hai già sottolineato, é l’assunzione di nuovi lavoratori a tempo indeterminato e non a progetto (o forme simili più o meno temporanee). Di contro, mi domando: questo tipo di contratto basterà alle banche come garanzia per concedere un mutuo casa?

Il tutto é stato giustificato dalla necessità di riportare investimenti esteri nel lavoro in Italia, come se l’impossibilità di licenziare – e non la burocrazia, la giustizia o la pressione fiscale – fosse il primo e più grande limite del nostro mercato. Alla fine, secondo me, un bel regalo a Confindustria, accettato in maniera quasi impassibile dalle organizzazioni sindacali, per motivi più politici che pratici. C’era, e c’é sicuramente ancora molto da fare per migliorare la competitività delle nostre aziende. Solo, forse si poteva fare un po’ meglio di così…

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Franka marzo 24, 2015 alle 12:25

Condivido il pensiero di Federico, (ciò) “porta al risultato opposto a quello per cui la legge – a parole – é stata pensata: favorire il mercato del lavoro”.
E mi chiedo, anch’io come lui, se questo tipo di contratto basterà per ottenere un mutuo.

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Cesare marzo 27, 2015 alle 19:43

No, le banche non lo accettano perché è a “tempo indeterminato” nel senso che non ha un termine definito ma non è, per loro, un lavoro “sicuro”: http://www.pmi.it/economia/mercati/approfondimenti/94550/indeterminato-tutele-crescenti-rischio-mutui.html

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AM marzo 30, 2015 alle 18:32

Ciao a tutti,
mi aggiungo alla discussione sull’articolo 18: com’è mia abitudine ho voluto aspettare alcuni commenti prima di rispondere.
Ringrazio Federico per l’apprezzamento.
Veniamo ad alcuni dei punti sollevati.
L’articolo 18 rappresenta già una forte differenziazione fra dipendenti: la tutela vale per 57% dei lavoratori e per il 2,4% delle imprese. Senza dimenticare che le assunzioni erano molto più difficili e le tutele dei vari tipi di contratto a progetto avevano creato ulteriori disparità.
Condivido il fatto che la possibilità di assumere con il vecchio ordinamento avrebbe forse agevolato il mercato del lavoro.
Inoltre, penso che le tutele crescenti si dimostreranno una buona soluzione, perché in caso di conflitto con l’azienda il dipendente potrà contare su un risarcimento certo, che dubito che sarebbe sempre stato in grado di spuntare.
A proposito di mutui, credo che le banche non abbiano anncora le idee chiare e alla fine finiranno per concederli anche a fronte del nuovo contratto (specie se avranno la necessità di impiegare la liquidità in attività garantite).
Per concludere, credo che questa sia l’occasione per abbandonare una visione del lavoro difesa dal contratto per una fondata sulla preparazione professionale: le imprese, non dimentichiamolo, hanno bisogno di persone valide e licenziare rappresenta pur sempre un onere, ora quantificato.
Grazie dei commenti e a presto leggervi,
Arduino

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Stefano dicembre 17, 2017 alle 21:26

Gentile Arduino quello che lei descrive accade veramente ma non concordo con Lei con le cause soggettive: non è che il lavoro sia considerato “un diritto”, è che, più banalmente, la sicurezza è un valore o, vista dal punto di vista opposto (che poi è la stessa cosa), il rischio è un costo. Le assicurazioni esistono proprio per questo e probabilmente anche se non fosse obbligatoria lei si assicurerebbe comunque alla RC auto e magari ha pure un’assicurazione responsabilità civile sul fabbricato. Perché? Perché previo pagamento di un premio periodico si “assicura” di non ritrovarsi nei guai dall’oggi al domani.
Io ho fatto lo stesso ragionamento di quelli che non vogliono cambiare per non perdere il jobs act ma l’ho fatto ancora piu’ spinto: ho rinunciato a quasi 5000 euro lordi di RAL e sono andato a lavorare, oltretutto a 300 km da casa, nella pubblica amministrazione. Sì, mi sono fatto un gran mazzo a studiare per i concorsi e ho ottenuto il posto pubblico, che non significa lavorare poco, ma significa per me lavorare, sempre con professionalità, con però la sicurezza di non essere messo alla porta quando sarò meno giovane, intelligente, in buona salute e competitivo di adesso.
Ecco, in pratica io sto pagando virtualmente un premio assicurativo di 5000 euro l’anno una sorta di assicurazione virtuale che mi garantisce il reddito in ogni caso. Chiaro che se la differenza di reddito tra il vecchio lavoro nel privato e il nuovo nel pubblico fosse stata di 20 mila euro lordi mi sarebbe convenuto “accantonare” per conto mio quei 20 mila euro ogni anno di differenza e utilizzarli il giorno che avrei perso il lavoro. Ma con 5000 euro l’anno di differenza ho scelto la sicurezza. Perché se ti trovi per strada a 55 anni (e capita sia agli impiegati di basso livello che ai manager) rientrare è molto molto difficile. Ai concorsi a cui ho partecipato (più di 10), dove c’erano palazzetti dello sport pieni di candidati per pochi posti, ho incontrato anche informatici, ingegneri, laureati di vario tipo in materie scientifiche e con un buon lavoro che avrebbero volentieri lanciato alle ortiche anni di esperienza professionale nel loro settore per un posticino pubblico da sportellista “perché non si sa mai che fine farà la società o se un giorno si svegliano male e mi trasferiscono in Arabia Saudita per costringermi alle dimissioni (è capitato)”. Allora non mi meraviglio affatto che i lavoratori non rinuncino al jobs act per il 20% in più dello stipendio, lo ripeto: la sicurezza è un valore e il rischio un costo. E’ lo stesso motivo per cui i titoli di Stato tedeschi rendono meno di quelli ellenici (anzi quelli tedeschi hanno pure un rendimento negativo). Allora se la società X vuole il dipendente Y e vuole che rinunci al jobs act, che alzi la posta, come si dice….. è il mercato, bellezza.

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AM dicembre 19, 2017 alle 20:05

Ciao Stefano (mi permetti di darti del tu, vero? Ovviamente puoi fare altrettanto),
grazie per l’interessantissimo commento.
Rispetto la tua scelta, ma nutro qualche riserva sul fatto che tu abbia abbracciato la certezza.
Il premio che paghiamo all’assicurazione è per contenere un rischio non per annullarlo: perché la certezza non esiste.
La scommessa che hai fatto è che le cose non cambieranno, cioè che il pubblico resterà un settore privilegiato: sarà sempre così?
Non lo credo, e non me lo auguro.
Dispiace che persone in possesso di solide esperienze facciano scelte tanto radicali: è un limite del nostro Paese, che ci priva di risorse.
Auguri per il tuo futuro, soprattutto per la qualità del tempo che andrai a vivere.
A presto leggerti,
Arduino

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Stefano dicembre 26, 2017 alle 21:00

Ciao Arduino,
in effetti la certezza che possa sempre essere così non ce l’ho; pero’ nella P.A. i cambiamenti ho notato che sono molto lenti; molte riforme cambiano tutto affinché nulla cambi. Ti ricordi l’abolizione delle Province? In ogni caso nessun dipendente sarebbe stato mandato a casa, tutti riciclati in altri enti. La pubblica amministrazione è talmente grande che se c’è un esubero da una parte al massimo finisce in un’altra amministrazione che, anziche’ bandire un concorso, prende l’esubero dell’altra tramite mobilità obbligatoria.
Concordo con te che la ricerca del posto pubblico a tutti i costi generi una sorta di “fuga di cervelli” intrapaese cioè all’interno dell’Italia. A fare concorsi per diplomati ho conosciuto avvocati iscritti all’albo, commercialisti che avevano problemi a farsi pagare dai clienti, laureati in varie discipline (agraria, geologia, scienze naturali) e perfino informatici e ingegneri (perché tra lavorare a progetto a Milano a 1800 euro e fare l’impiegato in Comune a 1200 vicino casa è meglio la seconda); in più mettici il fatto che “la sicurezza è un valore” ed ecco la fuga verso il posto pubblico.
Che la pubblica amministrazione cominci a licenziare chi non lavora è auspicabile; che venga mandato via un 60enne perche’ a quell’età si ammala di piu’ ed è un po’ meno visto di un 25 enne neolaureato lo vedo credibile nelle società private ma inverosimile nella pubblica amministrazione.
In altre parole se uno lavora seriamente, nella pubblica amministrazione, non credo che abbia di che preoccuparsi.

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