Ecco ciò che non sai della burla delle teste di Modigliani

di AM il 4 settembre, 2017

Modigliani Mostra 17

Ricordi la burla delle teste frettolosamente attribuite ad Amedeo Modigliani?

Sì, proprio il caso che nel 1984 e negli anni successivi ha occupato le pagine dei quotidiani e gli spazi televisivi di tutto il mondo.

Ebbene, oggi potrai leggere in questo post alcuni aspetti della vicenda sconosciuti ai più e molto, molto utili per capire come gestire il rapporto con gli esperti, o presunti tali, non solo nel campo delle opere d’arte.

Tutto questo grazie all’articolo che Raffaella Turatti, socia fondatrice di Pazzi d’Autore, associazione culturale che organizza visite guidate a mostre d’arte, ha accettato di scrivere per noi; la storia che puoi leggere è quella che Raffaella ci ha raccontato il 21 maggio 2017 durante la visita alla mostra di Modigliani a Genova (Palazzo Ducale, 16 marzo – 16 luglio 2017), chiusa fra le polemiche con tre giorni di anticipo (vedi figura).

Ma lasciamo spazio alla lettura, poi i commenti.

Le opere di Amedeo Modigliani sono sempre state tra le più falsificate al mondo, a causa di quell’apparente semplicità di esecuzione, che è propria solo dei grandi artisti, che vede la linea al centro dell’opera e principale elemento compositivo di forme purissime, essenziali.

Modigliani mio padre 200Inoltre, di Modigliani si sa poco, la documentazione relativa alla sua vita ed ai suoi capolavori è scarna e di difficile reperimento. Ne sa qualcosa l’unica figlia, Jeanne Modigliani, a sua volta storica dell’arte, che ha dedicato la sua vita a ricostruire il più fedelmente – e il meno “romanticamente” – possibile tutte le tappe della tormentata esistenza del pittore e scultore toscano, dando alle stampe l’importante volume “Modigliani, mio padre” (edizioni Abscondita).

E proprio alcune sculture, impropriamente attribuite a Modigliani, sono al centro di un clamoroso caso di falsificazione che è passato alla storia e che molti di voi ricorderanno: un caso del quale racconterò particolari poco noti al grande pubblico.

Nel 1984 si celebra il centenario della nascita di Modì ed anche la sua città natale, Livorno, che con la figura dell’artista ha sempre avuto un rapporto piuttosto controverso, decide di rendergli omaggio allestendo presso il Museo Progressivo di Arte Contemporanea di Villa Maria una mostra intitolata “Modigliani: gli anni della scultura”, in cui vengono esposte 4 delle 26 teste da lui realizzate.

La mostra, tuttavia, suscita scarso entusiasmo e partecipazione sia da parte del pubblico sia da parte della critica – troppo esiguo il numero di opere presentate – al punto che i suoi curatori, i fratelli Dario (direttore della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma) e Vera Durbé decidono, in accordo con il Comune di Livorno, di dragare il Fossato Reale alla ricerca di quelle sculture che, secondo la leggenda (e proprio di leggenda si tratta), furono gettate dallo stesso Modigliani nel 1909, prima di tornarsene per sempre a Parigi, deriso ed umiliato dai colleghi artisti e dai suoi concittadini.

Le ricerche iniziano e per sette giorni nel fossato non si trova nulla. Ma la mattina dell’ottavo giorno – il 24 luglio 1984 – vengono ripescate dalle torbide acque del canale mediceo una scultura in granito, prontamente ribattezzata Modì 1 e, nel pomeriggio, una seconda scultura Modì 2.

Il 10 agosto 1984 ne viene recuperata una terza. Si grida al miracolo, la stampa mondiale si precipita a Livorno, ed i più importanti storici dell’arte – tra cui anche Giulio Carlo Argan – sono pronti a certificare l’autenticità delle teste. Le sculture sono prontamente esposte a Villa Maria, viene indetta una conferenza stampa e dato alle stampe, in fretta e furia, un nuovo catalogo che le include.

L’unica voce fuori dal coro è quella di Carlo Pepi, critico, collezionista, fondatore della Casa Natale Modigliani e per lunghi anni a capo degli Archivi Legali Modigliani, che insieme a Federico Zeri e alla stessa Jeanne Modigliani, cerca di gridare al mondo che si tratta di falsi clamorosi.

Ed è proprio così: a qualche settimana di distanza dal ritrovamento delle “teste”, tre ragazzi livornesi escono allo scoperto, confermando al settimanale “Panorama” che una è opera loro, scolpita con un trapano Black & Decker e successivamente gettata nel fossato per scherzo.

A settembre si fa vivo anche l’autore delle altre due, il giovane pittore e scultore Angelo Froglia, il cui intento era quello di mettere in scena un’operazione “estetico-artistica” , un atto di rivalsa nei confronti dei critici d’arte.

Grande è l’imbarazzo degli addetti ai lavori, che si erano espressi con entusiasmo di fronte ai miracolosi ritrovamenti, dei critici, degli storici dell’arte, dei ricercatori, dei fratelli Durbé (Dario Durbé viene in seguito destituito dal suo incarico di Soprintendente alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e anche Vera Durbé, direttrice del Museo di Villa Maria, viene spostata ad altro incarico. Colta da malore nelle settimane successive alla venuta a galla della beffa, continuerà a sostenere, fino alla fine dei suoi giorni, l’autenticità delle teste ripescate dal canale), successivamente indagati per truffa.

L’intera vicenda è una ferita profonda inferta alla città e al mondo dell’arte.

Ma non tutti sanno che a latere dello scherzo delle false teste vi è un altro avvenimento, relativo al ritrovamento di altre tre presunte teste di Modigliani: quasi certamente vere, questa volta.

Il protagonista del nuovo episodio è un carrozziere livornese di nome Pietro Carboni. Nato nel 1925, da bambino egli aveva l’abitudine di frequentare la casa di un parente, Roberto Simoncini detto “Solicchio” il quale, nel sottoscala di casa sua, aveva stipato una scatola contente cinque sculture a forma di testa, insieme ad un baule contenente effetti personali consegnategli anni prima da uno sconosciuto artista che doveva lasciare Livorno per tornare a Parigi.

Carboni cresce con quelle teste che diventano oggetti di gioco, per lui e per i cugini. Sfollato con la sua famiglia durante la seconda guerra mondiale, Carboni torna a recuperarle a guerra finita: ne ritrova tre invece che cinque, di cui una danneggiata, e decide di tenersele ed esporle nelle carrozzerie che di lì a breve inizierà ad aprire nella città di Livorno, ignaro del fatto che possano essere state realizzate da Modigliani.

Nel 1984 anche lui, come gli altri suoi concittadini, va a visitare la mostra “Modigliani: gli anni della scultura” e, pur da profano, nota immediatamente la somiglianza delle teste esposte in mostra con quelle all’interno della sua carrozzeria. Nei giorni concitati del ritrovamento dei tre falsi, e del successivo scandalo, la direttrice Vera Durbé viene contattata da Carboni il quale le dice che le teste che stanno così affannosamente cercando le ha lui: Durbé lo manda al diavolo, riattaccando in malo modo.

Nel 1991 si presenta presso la sua carrozzeria Giuseppe Saracino, stilista ed antiquario il quale, vedendo le tre pietre esposte ne rimane folgorato, ed ottiene da Carboni mandato esclusivo per rappresentarlo nel processo di autenticazione e di presentazione al mondo delle nuove teste di Modigliani.

Viene consultato Carlo Pepi il quale, questa volta, si esprime favorevolmente (“Sfido il mondo, questo è Modigliani”, nda) e rilascia una dichiarazione di autenticità scritta. Di Modigliani sono anche, secondo Pepi, gli effetti personali rinvenuti nel baule conservato da Carboni, in modo particolare le glosse presenti all’interno di alcuni libri, che le successive perizie calligrafiche certificano essere state scritte dal pittore livornese.

Dopo l’inevitabile clamore mediatico, inizia il percorso di Carboni e Saracino presso le autorità italiane – la Soprintendenza di Pisa in primis – per accertare, alla luce del sole e secondo la legge, che le teste in possesso del carrozziere siano effettivamente di Modigliani.

Ma la beffa delle false teste del 1984 ha scottato troppe persone, e il percorso verso l’autenticazione si rivela difficilissimo: gli storici dell’arte non ne vogliono sapere, la Soprintendenza di Pisa cerca di passare la patata bollente alla Galleria di Arte Moderna di Roma, il Ministero per i Beni Culturali tace, e mille intoppi e cavilli burocratici bloccano la perizia.

Nel frattempo, anche sulla base di disegni appartenuti al primo collezionista di Modigliani, Paul Alexandre, ed esposti a Venezia nel 1993, storici dell’arte internazionali si esprimono a favore dell’autenticità delle teste possedute da Carboni.

Una montagna di carte, documenti, fax, lettere, denunce, raccomandate ed articoli di giornale sfociano, nel 1994, in una perizia (mal) eseguita dagli esperti della Galleria d’Arte Moderna nella quale si dichiara che anche queste tre teste sono false.

Nel 1995 due delle tre teste vengono sequestrate a Carboni (la terza è in mano a Saracino, irreperibile) dai carabinieri del Nucleo di tutela dei beni artistici di Roma, e Carboni, Saracino e Carlo Pepi vengono rinviati a giudizio con l’accusa di “aver trattenuto ai fini di commercio tre sculture in pietra contraffatte e attribuite a Modigliani, raffiguranti teste di donna” (nda).

Durante il processo, iniziato il 14 dicembre 2000, gli avvocati dei tre imputati riescono a dimostrare che la perizia condotta dalla Galleria d’Arte Moderna di Roma si basa su ricerche farraginose e molto imprecise da parte di suoi collaboratori, poco esperti dell’arte di Modigliani e che non avevano mai redatto perizie su opere del maestro livornese, e lo stesso si risolve con la loro piena assoluzione il 23 maggio 2002: rimane però in piedi la causa civile per la proprietà delle sculture tra gli eredi.

Modigliani pietre inciampo 200Pietro Carboni, deceduto nel 1998, non avrà il tempo di vedere riconosciuta la verità da lui tanto reclamata. Sarà il nipote, Maurizio Bellandi, a raccontare nelle pagine di Amedeo Modigliani. Le pietre d’inciampo. La storia delle vere teste di Modigliani (edizioni Sillabe) tutti gli sviluppi, sin dal ritrovamento di un diario, scritto dallo stesso Carboni, in cui viene raccontata l’intera storie delle teste.

Nell’autunno del 2007 si arriva alla fine anche della causa civile, e l’accordo raggiunto comprende anche la terza testa sparita nel nulla nel 1995 e restituita da un parente del defunto Giuseppe Saracino. E da allora, le tre sculture riunite e libere, trovano rifugio in un caveau di una banca tra il totale disinteresse della critica specializzata che non ha saputo riconoscerle, o ha avuto molta paura a farlo (gli eventi del 1984 hanno lasciato pesanti strascichi tra gli addetti ai lavori e, da allora, certificare l’autenticità di opere di un artista pesantemente falsificato come Modigliani è diventato sempre più difficile) ed ha realizzato mostre su Modigliani senza prenderle in considerazione nonostante l’altissima levatura, cosa che avrebbe  costituito un evento di rilevanza mondiale.

Su questo grottesco epilogo pesano inoltre le responsabilità dei cosiddetti “esperti” della Galleria d’Arte Moderna di Roma, che stilarono una perizia mai essendosi occupati di perizie per tribunali su opere d’arte fino a quel momento.

Carlo Pepi, l’unica persona in grado di poter dire, fuori da ogni ragionevole dubbio, se quelle ulteriori tre sculture potessero essere o meno di Amedeo Modigliani – forte dei suoi studi approfonditi, delle centinaia di perizie fino a quel momento realizzate, della piena fiducia accordatagli da Jeanne Modigliani, anche lei impegnata fino all’ultimo dei suoi giorni a scovare i falsi delle opere paterne –  finì sotto processo come falsario, giusto per unire al danno anche la beffa.

2017, Genova, Palazzo Ducale. La “maledizione” di Modigliani continua…

Eh sì, perché clamorosa è la notizia che ben 13 delle opere esposte fino al 16 luglio 2017 a Palazzo Ducale, Genova, nell’ambito della mostra su Amedeo Modigliani sarebbero clamorosamente false.

A lanciare l’allarme, i due massimi esperti viventi della pittura di Modì: Carlo Pepi, di cui abbiamo diffusamente parlato, e Marc Restellini, storico dell’arte, curatore, fondatore della Pinacothèque de Paris, una vita dedicata allo studio della vita e delle opere del genio toscano.

Falsi sarebbero, inoltre, tre dipinti attribuiti al pittore ed amico di Modigliani, Moise Kisling, anch’essi presenti in mostra. Alle accuse e alle vivaci proteste di Pepi e Restellini il curatore della mostra, Rudy Chiappini, ha risposto fornendo un corposo dossier, nel quale si presume sia stata documentata la storia di tutte le opere esposte, la loro provenienza, la loro presenza nei cataloghi di altre mostre.

Al momento si sta attendendo che si pronunci Mariastella Margozzi, il perito nominato dalla Procura di Genova che ha aperto un fascicolo contro ignoti, ipotizzando il reato di violazione del codice dei beni culturali e paesaggistici.

La recente mostra su Modigliani di Genova, insomma, chiusa tra le proteste qualche giorno prima rispetto alla sua chiusura ufficiale, avvelenata da accuse e denunce (motivate, secondo alcuni, da “invidie tra critici”), riapre antiche ferite mai rimarginate e ci fa fare un salto indietro nel tempo, al momento in cui lo scherzo di alcuni ragazzotti ha mostrato al mondo che l’universo dell’arte è un gigante con i piedi d’argilla.

Prima di entrare nel vivo dei commenti voglio fare due cose:

  • Prima di tutto ringraziare Raffaella Turatti e l’associazione Pazzi d’Autore per il dettagliato approfondimento, che mi ha fatto percepire il valore della visita a una mostra con l’ausilio di una persona appassionata e preparata, venendo a conoscenza di fatti che puoi difficilmente trovare in un catalogo;
  • Poi dirti che nella playlist che segue troverai diverse interessanti testimonianze, che ti aiuteranno a entrare nella storia e a comprendere il clima nel quale si è dipanata.

Ora, facciamo una riflessione: cosa possiamo imparare da questa vicenda?

Prima di tutto un aspetto paradossale: se i ragazzi burloni avessero taciuto oggi saremmo tutti convinti dell’autenticità delle teste ritrovate nel fiume, e probabilmente il l’attribuzione a Modigliani delle teste ritrovate da Pietro Carboni non avrebbe incontrato ostacoli.

Oggi, invece, abbiamo tre sculture probabilmente autentiche che nessuno, oltre a Carlo Pepi, osa riconoscere come tali.

Soprattutto, la storia dimostra la nostra vulnerabilità di fronte agli esperti; ecco alcuni punti che dovremmo ricordare quando, per qualunque ragione, abbiamo bisogno del loro contributo:

  • Tendiamo a riconoscere come esperti persone che parlano con autorevolezza di un tema specifico, senza approfondire più di tanto la solidità della conoscenza manifestata. Spesso è proprio la nostra ignoranza a farci apparire un gigante chi gigante non è;
  • Siamo troppo pigri per raccogliere informazioni sul loro conto, e raramente ci poniamo domande quali:
    • Quale esperienza ha nel campo specifico?
    • Come l’ha maturata?
    • Può produrre un curriculum convincente?
    • Quali informazioni possiamo raccogliere sul suo conto?
  • Quando parliamo con un esperto o presunto tale diamo per assodato che non possa sbagliare e tendiamo a non porre domande che possano mettere in discussione la conoscenza di cui presumiamo sia portatore.

Insomma, una persona non è necessariamente esperta in un determinato campo perché è dai più ritenuta tale: ricordarlo ci aiuterà a sbagliare di meno.

Non credi?

Se vuoi approfondire il tema della gestione della gestione della conoscenza in relazione a persone che siamo soliti definire esperte leggi questi articoli:

{ 1 commento… leggilo qui sotto oppure aggiungine uno }

pepi carlo ottobre 10, 2017 alle 19:50

Come al solito anche in questo articolo si evita di darmi quanto mi spetta. Intanto viene citato a spoposito, come del resto fanno tutti, Federico Zeri il quale, come lui stesso ammise, era stato avvertito per telefono da una voce femminile che sarebbero state pescate nei Fossi due teste false. Riguardo al processo da me subito per aver autenticato le tre sculture Carboni, non viene citato il fatto che lo avevo già vinto prima che cominciasse, in quanto la Soprintendeza di Roma aveva preso nella perizia come termine di paragone la scultura presente nella mostra del Centenario a Liovorno nel 1984 che io avevo dichiarata falsa, e non corrispondente, come creduto da tutti, compreso il Ceroni e riportata in catalogo, come essere quella riprodotta nella famosa fotografia eseguita nello studio Cardoso alla presenza di Modigliani. I fatti successivi mi hanno dato ragione poiochè rispetto all’originale scomparso, una ha la base tonda e l’altra l’ha rettangolare e quindi non può essere la stessa scultura come invece riportato nella perizia della Soprintendenza di Roma che citò le due diversissime sculture come essere la medesima autentica, commettendo quindi un errore madornale che io solo avevo stanato nel momento stesso che la vidi nella mostra citata. Il processo grazie a me ed all’errore madornale riportato inella perizia, era quindi vinto in partenza. Per quanto riguarda la mostra di Genova, sarebbe opportuno che coloro che scrivono andassero a vedere i miei interventi su facebook risalenti ad un anno prima che essa cominciasse e le mie successive prese di posizione via via che in internet apparivano le opere che sarebbero state messe nella mostra. Poi sarebbe opportuno citare chiaramente chi è stato il primo a sollevare il problema dei falsi in mostra e si andassero a leggere le conseguenti invettive lanciate esclusivamente contro di me in cui si minacciavano querele, richieste di danni ecc. rivolte e comprovanti il vero autore che ha sollevato il problema. Poi è verissimo che finalmente mi vennero in aiuto altri che ovviamente ringrazio per non avermi lasciato ancora una volta SOLO ! Carlo Pepi

Rispondi

Lascia un commento

Articolo precedente:

Articolo successivo: