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L’amaro ritiro di Bernheim

5 Luglio 2010 | di Arduino Mancini Ritirarsi con (in)successo


Pubblico una sintesi lettera che un anonimo ha inviato al Corriere della Sera.

La lettera, in francese, è indirizzata ad Antoine Bernheim, oggi presidente d’onore delle Assicurazioni Generali e fino all’aprile scorso presidente.

Molti hanno pubblicato la lettera senza commenti: io vorrei invece commentarla brevemente dopo la sintesi.

Caro Presidente,

ci rivolgiamo a Lei in francese perché, nonostante la quarantennale confidenza con il nostro Paese (Generali e Mediobanca), ha sempre preferito esprimersi in occasioni ufficiali, e in particolare nelle numerose assemblee che Lei ha presieduto a Trieste, nella sua lingua.

Pur consapevoli del dispiacere che ciò avrebbe procurato a Lei, che ha sempre manifestato il suo amore per le Generali e per l’Italia, i soci della compagnia quest’anno hanno deciso di non riconfermarla alla presidenza, ma di riconoscerle per acclamazione la carica d’onore, dopo aver deciso un vertice che, accanto al presidente, comprende tre vicepresidenti e due amministratori delegati (e poi si critica la politica …).

Un passo reso automatico da un regolamento interno al quale il CdA ha stabilito di non dare in futuro corso. Le Generali, le hanno dunque riconosciuto un emolumento vitalizio pari a 1,5 milioni annui, reversibile al 60%.

Si è anche favoleggiato, ma si tratta senza dubbio di malizie della stampa, della conferma di alcuni i benefit che le erano stati assicurati nel corso del suo doppio periodo di presidenza (1995-1999 e 2003-2010).

E che siamo sicuri che Lei, in passato critico perfino verso ciò che considerava sfarzi nella Mediobanca presieduta da Enrico Cuccia, abbia accettato con riluttanza.

Perciò siamo altrettanto certi che Lei, destinatario in Generali negli anni di emolumenti e bonus che qualcuno ha calcolato in almeno 32,7 milioni, vitalizio escluso, vorrà accogliere questo suggerimento:

elargire una parte delle somme a un’associazione benefica, o a una fondazione.

Non ne vuole una italiana? Ne scelga una francese purché operi anche in Italia.

Potrebbe essere un modo per dimostrare una volta di più quanto ha affermato, in francese, in varie occasioni: «Quando sono a Trieste, mi sento italiano».

Caro Presidente, lo dica ora nella nostra lingua comune: l’euro.

Mi domando se Antoine Bernheim avesse messo in conto di essere salutato in questo modo.

Non deve essere piacevole chiudere così, soprattutto a 86 anni.

Qualcuno dirà: si consolerà con il denaro.

A 86 anni? Io non ne sono sicuro.

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