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Quando l’esperto finisce in mutande

16 Marzo 2012 | di Arduino Mancini Domande, Ascolto, Comunicazione (in)efficace

L’ascolto impari fa parte di quelle forme di ascolto di scarsa qualità che molte persone registrano quando si trovano di fronte a persone in possesso di conoscenza superiore in un campo specifico.

Quali sono i comportamenti che si possono registrare in questi casi, da parte del competente di turno?

Eccone alcuni:

  • disinteresse per le persone e per i loro obiettivi di apprendimento;
  • compiacimento, dovuto a quello che sa;
  • distanza dagli interlocutori, che tende a guardare dall’alto.

Quali sono le persone o professionisti che rischiano di generare ascolto impari?

Avvocati, trainer, consulenti prevalentemente tecnici, professionisti della tecnologia, professionisti web in senso lato, ecc. sono molto accreditati.

Come si gestisce questo genere di situazione, particolarmente imbarazzante quando abbiamo un pubblico di fronte al quale vedere riconosciuta la nostra ignoranza?

Ecco alcuni suggerimenti che potrebbero esserti utili:

  • ricorda che se qualcuno cammina sull’acqua la probabilità che sotto 20 centimetri ci sia cemento è molto alta;
  • se partecipi a un corso o hai in casa un consulente ricorda che l’organizzazione paga per un servizio e che capire è un tuo diritto, oltre che un tuo dovere. Quelli che pagano senza capire sono eccellenti Clienti;
  • ignora quelli che possono dirti “ma come fai a non sapere questo?”, perché non puoi prestare attenzione a chi deve ricorrere a certe stupidaggini per rafforzare la propria autostima.

Se tutto questo ti pare complicato perché la persona che hai di fronte ti sembra tanto importante, e distante, allora puoi tentare una terapia d’urto.

Prova a immaginarla in mutande: le meno sexy che ti possano venite in mente…

La probabilità che persona si ridimensioni ai tuoi occhi e tu riesca a mettere in pratica i miei suggerimenti crescerà in modo sostanziale.

Garantisco.

PS: tutto ciò vale anche per i colleghi saccenti e che tendono a tenere per sé quello che sanno.

 

Se sei interessato al tema dell’ascolto puoi consultare queste pagine:

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Commenti
Monica 18 Marzo 2012 0:00

i “colleghi saccenti e che tendono a tenere per sé quello che sanno” talvolta lo fanno per disposizione aziendale, pero’.
Non li sto giustificando, sia ben chiaro, mi rendono la vita un inferno… ma capita che all’azienda faccia comodo far girare male le informazioni. Ho scoperto che a volte l’azienda istruisce il management affinché gratifichi chi non comunica con i colleghi, e in quel caso come la mettiamo?

AM 18 Marzo 2012 0:00

Le situazioni che descrivi esistono. Il management tende, in questi casi, a diffondere comportamenti che sono loro propri. Il punto è che il sapere che difende se stesso fa fatica ad aggiornarsi e le situazioni di potere così sterili solitamente avvizziscono. Mi spiace per il disagio che stai vivendo. Se vuoi raccontare di più io e/o altri commentatori possiamo provare ad aiutarti.
Grazie e torna a trovarci.

Monica 19 Marzo 2012 0:00

davvero molto gentile da parte tua, ma credo che declinero’ l’offerta: l’azienda in questione e’ un insediamento storico, e talmente strutturato che sara’ difficile vederne avvizzire i vertici. Don Chisciotte e’ una figura molto romantica ma a volte e’ meglio concentrare le proprie energie su obiettivi piu’ realizzabili 😉
Per il “torna a trovarci”, beh, ti leggo da tempo pur non intervenendo mai, quindi mi sento di garantirtelo

Mary 21 Luglio 2013 0:00

Aggiungerei anche molti esponenti della mia categoria professionale, Arduino…lo so, sembra una contraddizione, ma purtroppo è così.
Per ovvie ragioni deontologiche non scendo in particolari, ma posso assicurare che supponenza e saccenteria imperano.

Pierpaolo 24 Maggio 2015 0:00

Che dire Arduino… credo che l’ascolto impari sia una situazione figlia di diversi fattori, legati proprio all’atteggiamento di colui “che sa”:
1) Se tale persona vuole dar dimostrazione di sapere (autoreferenziale);
2) Se tale persona, seppure aperta alla condivisione e al trasferimento di know-how (consulenti, etc…) non si rende conto di avere un interlocutore “non esperto” e banalizza inconsciamente la complessità dei contenuti;
3) Se tale persona, invece, per sua scelta (gelosa del proprio sapere), di proposito utilizza un linguaggio “criptico” edi incomprensibile ai più.

Se a mio avviso nella situazione 3 è molto difficile cavarne un ragno dal buco, nelle 1) e 2) un buon “set” di domande potrebbe avere il potere di portare l’ascolto a qualcosa di più “informativo”.

A presto!

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