Siamo sicuri che sia il lavoro la priorità?

di AM il 3 gennaio, 2018

Tempo di elezioni

Gli schieramenti che si sfideranno nella prossima tornata elettorale sono unanimi nell’affermare che metteranno il lavoro, specie quello giovanile, in cima alla lista del programma di governo.

E tutti sciorinano ricette che, variamente articolate, consistono in sgravi fiscali e incentivi più o meno fantasiosi.

Hanno ragione a comportarsi in questo modo? È davvero il lavoro la priorità?

La mia sensazione è che i partiti stiano rispondendo alla domanda degli elettori più che al reale bisogno, individuale e collettivo.

Mi spiego meglio.

Tutti gli schieramenti sembrano dimenticare alcuni punti fondamentali (peraltro sostenuti da numerose e autorevoli ricerche):

  • la disoccupazione giovanile è significativamente più bassa nei Paesi con una maggiore percentuale di laureati;
  • l’Italia è fra le ultime nazioni in Europa per numero di laureati;
  • i giovani laureati con laurea triennale e ancor più con la laurea magistrale trovano lavoro con maggiore facilità rispetto ai diplomati, sono meno vulnerabili di fronte ai cicli economici, guadagnano di più dei diplomati;
  • l’occupazione femminile ha da tempo superato quella pre-crisi, anche grazie al numero di donne laureate nettamente superiore, mentre quella maschile è ancora inferiore a quella del 2008;
  • esiste una domanda di laureati che gli atenei non riescono a soddisfare;
  • continua a crescere il numero dei giovani laureati che vanno a lavorare all’estero;
  • l’abbandono scolastico in Italia è fra i più elevati rilevabili in UE.

I nostri politici non siano a conoscenza di questo stato di cose?

Se ne sono a conoscenza, come credo, perché focalizzano l’attenzione sul lavoro, ignorando il tema dell’istruzione e della formazione?

Prima di rispondere a questa domanda, vorrei indicare 5 punti a mio avviso in grado di contribuire a combattere la disoccupazione giovanile:

  1. creare un reale legame, non occasionale, fra università e imprese. Questo significa fare delle università organizzazioni non autoreferenziali, con progetti di ricerca in comune con le aziende, servizi di orientamento, periodi di apprendistato ben organizzati. Queste, e altre iniziative similari, aiuteranno i ragazzi a comprendere rapidamente cosa le imprese si attendono da loro e alle imprese di reclutare nuovo personale a costi più contenuti;
  2. riformare e riqualificare i programmi scolastici, rendendoli attraenti per i ragazzi, con la consapevolezza che non è abbassando l’asticella che impareranno a saltare più in alto;
  3. focalizzare l’attenzione sugli insegnanti, di ogni ordine e grado, e sulla loro preparazione, non di rado approssimativa. Specie nella scuola dell’obbligo, l’insegnante ha un ruolo fondamentale nel suscitare quella passione decisiva nel futuro professionale di ciascuno di noi;
  4. creare le condizioni affinché cresca il numero di laureati, anche diminuendo e azzerando le tasse universitarie per i ceti meno abbienti;
  5. combattere l’abbandono scolastico, vera e propria piaga sociale.

Cinque punti non esaustivi che richiedono impegno, non possono essere realizzati con uno schioccar di dita e toccano interessi diffusi; cinque punti che possono restare lettera morta se le persone senza lavoro continueranno ad aspettare che altri risolvano il loro problema.

Ora torno alla domanda precedente: perché i partiti focalizzano l’attenzione sul lavoro, ignorando il tema dell’istruzione e della formazione?

Perché affermare di voler mettere il lavoro in cima alle priorità lascia intendere agli elettori che lo stato in qualche misura si farà carico della loro situazione, e che potranno aspettare serenamente il frutto dell’azione altrui.

Considerare genericamente il lavoro una priorità è elettoralmente più interessante che dire alle persone le cose come stanno, e cioè che la questione della disoccupazione richiede interventi di lungo periodo:

  • nella ricostruzione di un nuovo sistema scolastico,
  • nella costruzione di un solido rapporto fra scuola e imprese.

Ma, soprattutto, che nulla accadrà senza la determinazione del singolo nel costruire le competenze necessarie e conquistare e mantenere un lavoro: perché, senza quest’ultima, non andremo da nessuna parte.

Tu cosa ne pensi?

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