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Ti aiuterà a scoprirlo a (dis)equazione del cambiamento

Il segreto del manager… “resistente”!

Post aggiornato il 1 luglio 2026

Resistente a cosa?

Al cambiamento!

Quando parliamo di resistenza al cambiamento in ambito organizzativo, pensiamo in genere a persone che restano arroccate sulle posizioni conquistate nel tempo per garantirsi vantaggi o privilegi di varia natura, spesso del tutto personali; verso queste persone arriviamo a nutrire risentimento perché alla loro resistenza facciamo risalire anche la mancata realizzazione di situazioni vantaggiose per tutti.

Un esempio?

Specie nella piccola e media impresa italiana faticano a imporsi processi che garantirebbero all’organizzazione maggiori competitività e resilienza; i primi che mi vengono in mente sono la gestione dei processi di vendita, focalizzati su previsione e consuntivazione periodica, il ciclo di budget, la gestione di progetti interni (aggiornamento tecnologico, altro).

La situazioni si fanno critiche quando a resistere sono coloro i quali il cambiamento dovrebbero quidarlo, per rendere l’organizzazione più efficiente. La domanda che mi sono fatto è:

perché certi manager resistono al cambiamento?

Davvero ciò che li paralizza è soltanto la difesa di rendite di posizione? E se ci fosse dell’altro?

Per dare una risposta che non sia solo “di pancia” ho chiesto aiuto alla (dis)equazione del cambiamento, quella sviluppata da Gleicher, Beckhard e Harris, della quale ho scritto in passato spiegandone l’applicazione in ambito sia organizzativo sia commerciale.

Essa si basa su quattro parametri: l’insoddisfazione circa la situazione attuale, la rappresentazione di un futuro verosimile, i primi passi da intraprendere nel breve per realizzare il futuro desiderato, la resistenza al cambiamento.

Ecco la disequazione:

D x V x F > R

D = Dissatisfaction, insoddisfazione circa la situazione attuale
V = Vision, rappresentazione del futuro verosimile
F = First steps, i primi passi da intraprendere (nel breve)
R = Resistenza al cambiamento.

Se una sola di queste variabili è nulla o se il loro livello complessivo non è sufficiente a generare la necessaria motivazione ad agire, la resistenza al cambiamento non sarà superata.

Qual è il sentimento prevalente nel manager “resistente” di fronte a queste variabili?

Vediamo.

V – La visione di un’organizzazione competitiva e meno vulnerabile è certo desiderata, perché capace di garantire e migliorare nel tempo la solidità della propria posizione e le ricompense attese.

D – L’insoddisfazione circa la situazione presente può essere tollerata, almeno fino a quando non mette a repentaglio quanto conquistato in passato o addirittura la permanenza in azienda. Insomma, finché la barca va, perché darsi da fare?

F – Qui la questione si complica. I primi passi da intraprendere nel breve per realizzare il cambiamento desiderato possono invece essere problematici, specie quando è necessario acquisire conoscenze che richiedono tempi di sviluppo non compatibili con quelli richiesti dalla situazione contingente.

Facciamo un esempio.

Cosa fa un manager quando è costretto a progettare e realizzare processi di previsione delle vendite e non sa da che parte cominciare?

Come può guidare i venditori che, come lui, non hanno esperienza in merito o considerano il processo niente di più di una perdita di tempo?

Chiede aiuto a una società di consulenza, quando sa che LUI dovrebbe possedere conoscenze che sono parte integrante del suo ruolo?

Chiede aiuto al suo capo, o al direttore Risorse Umane, confessando la propria impreparazione a progettare processi cruciali?

Un incubo, per affrontare il quale troppo spesso il manager finisce per tacere e preferisce resistere a ogni tentazione pericolosa:

occulta la sua impreparazione a gestire il nuovo
e continua a fare quanto pensa di saper fare bene.

Le difese possono essere le più diverse: da “abbiamo fatto sempre così” al “troppo complicato per noi”, magari passando attraverso lo scudo della volontà dell’imprenditore o della contrarietà dei venditori, che “non lo accetterebbero mai”.

Morale della favola?

Quando vedi un manager resistere al cambiamento, dal quale potrebbe anche trarre vantaggio, raramente ti trovi di fronte a una persona che agisce machiavellicamente per difendere uno status quo; molto più spesso hai a che fare con qualcuno che non è in possesso delle conoscenze necessarie a gestire una situazione per lui nuova e ha paura che le sue carte vengano scoperte.

Del resto, perché uno dovrebbe rinunciare ad affrontare una situazione che sa di poter gestire con successo?

Tu cosa ne pensi?

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Commenti
Cesare 17 Febbraio 2015 0:00

Io temo che entrino in gioco il Principio di Peter: “In un’organizzazione gerarchica, ogni impiegato tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza” e il suo corollario, “Con il tempo, ogni posizione tende a essere occupata da una persona che non ha la competenza adatta ai compiti che deve svolgere”. Principio che vale per tutte le rganizzazioni gerarchice, ma in Iytalia è complicata dal clientrelismo e dalla scarsa considerazione per il merito, per cui molti dirigenti sono saliti qualche gradino SOPRA il proprio livello di incompetenza…
La mia esperienza è che chi è competente NON HA paura delle novità e dei cambiamenti, perché ritiene di poterli affrontare e gestire. Sa che sa nuotare, insomma, e si stacca dalla riva. Come tu hai notato, chi invece già boccheggia (anche se non sempre se ne rende conto consciamente), ha paura di andare dove non si tocca…

    Vista 18 Febbraio 2015 0:00

    Ma come rassicurare un dirigente timoroso? Oppure come indurlo ad agire?

AM 18 Febbraio 2015 0:00

Commenti molto interessanti.
Vado con ordine.
@Cesare.
Chi non ha paura del cambiamento non è chi è competente ma chi ha imparato a imparare, cioé a tenere un inventario di ciò che gli serve e “rottamare” la conoscenza obsoleta, costruendone di nuova (funzionale al ruolo); e a scoprire ciò che può servirgli, e che non conosce. Imparare ad imparare è la competenza di ordine superiore che ci permette di superare le burrasche e ci rende resilienti. Cosa ne pensi?
@Vista. Domanda proibitiva. Come si spinge una persona a imparare ciò che non conosce? Come si può renderla consapevole della necessità di imparare ad imparare? Come aiutarla a gestire il letto di Procuste https://www.tibicon.net/2012/07/le-7-regole-per-scendere-dal-letto-di-procuste.html ?
Mi sono spesso trovato ad affrontare questo tema e le azioni sono sempre diverse, dipendenti dalla persona, dal contesto che si trova ad affrontare, dalla sua visione di sé e del futuro. In ogni caso vedo utile un percorso di coaching (se non conosci la disciplina segui questo collegamento https://www.tibicon.net/glossario/c-2/coaching).
Grazie dei commenti e a presto leggervi,
Arduino

La vera sfida che dobbiamo affrontare

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